Se vogliamo prevenire le patologie dei figli curiamo prima i genitori.
E l’Intelligenza Artificiale è il colpo di grazia che sta spegnendo le loro menti. Stiamo assistendo a una crisi di massa del ruolo genitoriale che indirettamente grava sulla salute mentale dei figli.
Se mancano i punti di riferimento i figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà. I disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stanno aggravando in termini di intensità e di frequenza e non possiamo stare inermi a guardare questa lenta ed inesorabile distruzione di massa.
Se vogliamo fare prevenzione dobbiamo accettare questa condizione e cambiare ciò che non funziona. Se prima di fare i cambiamenti non aggiustiamo ciò che non funziona, prima o poi i cerotti si staccano.
La prima infanzia è una fase estremamente delicata in cui si pongono le basi solide su cui si costruirà una identità stabile, una personalità forte, una adattabilità del bambino, poi adolescente e poi adulto. E’ un periodo di plasticità neuronale e muscolare in cui il bambino è fortemente condizionabile in termini positivi e negativi, anche e soprattutto dall’apprendimento indiretto, ossia dall’esempio delle figure che lo accudiscono e dalle esperienze di vita che caratterizzeranno la sua vita.
I bambini hanno bisogno del legame, del confronto con il genitore, delle relazioni sociali, dell’attività fisica, di esprimersi da un punto di vista psicologico e fisico sentendosi contenuti da un adulto in grado di fargli da guida, di dargli la mano quando serve e di dirgli “vai ce la puoi fare da solo” quando necessario.
Di chi non fa da paracadute solo per un egoismo personale, perché si fa prima, perché è meno faticoso, perché non ha voglia di discutere con il figlio senza capire che se il figlio cresce con la consapevolezza che avrà sempre e comunque un paracadute non spiegherà mai le sue ali. Deve crescere con la consapevolezza di un legame stabile, di essere riconosciuto e accettato, di avere un porto sicuro che gli permetterà di partire, di osare, di sperimentarsi perché sa che avrà dei pilastri su cui contare.
Ciò che invece tristemente vedo è che non si prende più in braccio un figlio per calmarlo, non ci si siede più con lui per farlo ragionare e capire cosa sta accadendo e di cosa ha bisogno, si dà uno smartphone, un tablet, una sorta di ciuccio digitale che serve da calmante e da ansiolitico.
È più facile, è più rapido, i bambini vengono anestetizzati davanti agli schermi e il genitore può fare i benemeriti affari suoi in santa pace.
Posso comprendere i casi straordinari di necessità, ma ciò che distrugge un figlio è la continuità, la sistematicità, non l’occasionalità. Oggi siamo arrivati anche a non far camminare più i figli, a non insegnargli neanche dove mettere i piedi. Sono dotati di scarpe con le rotelle, di hoverboard (gli skate elettrici) per cui si vedono bambini sfrecciare da soli e genitori che non si rendono conto dell’importanza di prendere la mano di un figlio e di camminare al suo fianco.
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Il problema non è solo psichico, emotivo e di acquisizione di competenze psichiche, è anche fisico, mi trovo sempre più bambini che non sanno correre, saltare, andare in bicicletta, fare una capriola, che sono completamente scoordinati e non hanno il senso dell’equilibrio.
I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani e di sbucciarsi le ginocchia, di confrontarsi con gli altri coetanei non solo con la tecnologia e con gli adulti, non devono solo competere a chi è più bravo, più bello, a chi fa più cose, a chi è più talentuoso, a chi si mette meglio in posa, fa i video e i selfie più belli e prende già tanti like sui social.
Hanno bisogno di litigare e di fare pace, di capire i propri limiti, il senso dell’amicizia che non è essere amici sui social o mandarsi i cuoricini su WhatsApp, le distanze, l’empatia e il rispetto. Devono crescere sviluppando le capacità di problem solving e le capacità intellettive attraverso la sperimentazione e le prove ed errori.
Se si vuole insegnare ad un figlio ad essere responsabile bisogna prima essere responsabili e comportarsi da genitore responsabile. Inoltre ci si deve ricordare che “in motu vita est”, la vita è movimento. La staticità spegne, blocca e porta ad una morte psichica.
Affrontare la vita di petto e in maniera dinamica è il segreto per non ammalarsi e per non farsi schiacciare dagli eventi e questi bambini non sanno neanche cosa sia la motivazione, la grinta, il credere in se stessi ed in qualcosa o qualcuno e il senso della fatica. Rischiano di aver perso una partita in partenza perché nessuno ha “perso tempo” ad insegnargli a giocare la loro partita.
Allora non gridiamo allo scandalo, non arriviamo sempre dopo per chiederci il perché, la famiglia deve essere una risorsa fondamentale nella crescita di un figlio da cui non si può prescindere ed è lì che dobbiamo investire se vogliamo evitare di continuare a parlare di patologia, disagi e devianza e smetterla di essere il Paese del dopo, della pietà e dello scandalo, ma iniziare ad essere il Paese del prima.
È vero che molti adulti sono schiacciati da ritmi di lavoro e di vita che lasciano pochissimo spazio per la cura relazionale profonda. Questo aspetto ci indica la strada per la prevenzione: se vogliamo “curare i genitori” per salvare i figli, non possiamo chiedere ai genitori di essere gli unici ammortizzatori di una società iper-accelerata e performativa.
Molti genitori oggi si sentono letteralmente travolti da un’onda di cambiamenti troppo veloce e da un carico cognitivo senza precedenti. E l’Intelligenza Artificiale è il nuovo, gigantesco tsunami che si sta abbattendo su questa preesistente fragilità educativa.
Se lo smartphone e il tablet sono stati usati come “ciucci digitali” per anestetizzare le emozioni, l’AI rischia di diventare qualcosa di ancora più profondo: una scorciatoia utilizzata dai ragazzi per evitare del tutto l’attrito del pensiero e della relazione e dai genitori per ottenere la risposta rapida, esatta, che toglie carico cognitivo e anche relazione e pensiero attivo e critico.
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Quindi, invece di attivare e avvicinare come illusoriamente sembra faccia, spegne e allontana.
Proprio come i bambini non sanno più cadere e sbucciarsi le ginocchia fisicamente, ora rischiano di non “sbucciarsi le ginocchia” mentalmente. Se un’AI può fare i compiti, riassumere un libro o scrivere un tema in tre secondi, viene a mancare quel processo di prove ed errori, di frustrazione e di concentrazione che serve a costruire il pensiero critico e la grinta.
Un tempo il bambino chiedeva al genitore il perché delle cose. Era un momento di connessione, a volte faticoso, ma vitale. Oggi si chiede a un assistente vocale o a un chatbot. Si ottiene la risposta esatta, ma si perde la relazione.
Un’AI ti dà l’illusione di una relazione perfetta perché è programmata per essere accondiscendente, utile e sempre disponibile. Non si arrabbia, non ti giudica, non ti obbliga a scendere a compromessi. Il genitore così rischia di essere sostituibile e sostituito.
Per un adolescente che vive pienamente la sua adolescenza in tutta la sua altalena emotiva, fisiologica e fisica, rifugiarsi in relazioni sintetiche con chatbot “amici” è molto più facile che affrontare la complessità e il rifiuto dei coetanei reali.
Ma questo uccide l’empatia e l’adattabilità sociale.
Alla base dei problemi relazionali, del non sapere accettare i no e i rifiuti, della scarsa tolleranza dell’altro, della mancanza di confini, del non sapere ‘dove fermarsi’ e quindi di tanti episodi di violenza relazionale come quella di coppia o il bullismo o di autolesionismo (relazione con sé stessi), c’è anche tutto questo. E ci sarà sempre di più con una velocità non gestibile.
Ci sta sfuggendo di mano. Ci stiamo sfuggendo di mano. C’è un disallineamento fatale: la tecnologia avanza a una velocità esponenziale, mentre la biologia, la neurologia e i tempi di sviluppo emotivo di un bambino sono gli stessi di secoli.
Un cervello in via di sviluppo ha ancora bisogno del tempo lento della noia, della tridimensionalità dello spazio, dello sporco, del sudore e dello sguardo umano per formarsi correttamente. Di fronte a questa deriva, non possiamo semplicemente sperare che la tecnologia rallenti (non lo farà) o che i legislatori risolvano il problema per noi.
Serve una presa di coscienza radicale. Serve un profondo cambiaMente.
Se l’obiettivo è tornare a essere il “Paese del prima” e prevenire il disagio, serve un cambio di rotta quotidiano. Ogni giorno pubblico qualcosa per dare strumenti concreti per neuroallenare il COME. Bisogna sfruttare le nostre risorse interne, non dobbiamo andare a cercare niente fuori da noi.
È con il (giusto) fare che si ottengono i risultati, è mettendosi in gioco usando l’intelligenza umana e il potere delle interazioni. Abbiamo ancora le redini in mano, dobbiamo solo usarle.
di Maura Manca


