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Oggi, l’abbondanza immediata rischia di spegnere e rallentare i circuiti della gratificazione. Vi spiego perché manca lo “spazio vuoto” del bisogno…

Mi ricordo quando i miei genitori mi raccontavano che ai loro tempi c’erano anche bambini che non avevano le scarpe o i cappotti per andare a scuola e pensavo a quanto fossero “poverini” e mi chiedevo come facessero. Loro mi dicevano che nella vita ti abitui a tutto e che si stava bene e ci si divertiva con poco, insegnandomi a rispettare e ad apprezzare ogni cosa che ho e che nella vita nulla è scontato.
Non come tanti bambini di oggi che non hanno un minimo di rispetto per niente e nessuno.

Oggi i bambini crescono in un ecosistema saturo. Se ai tempi dei tuoi genitori la scarsità educava al valore, oggi l’abbondanza immediata di oggetti, risposte, tecnologia, rischia di “anestetizzare” i circuiti dopaminergici della gratificazione. Quando tutto è dovuto e immediato, il cervello non ha il tempo di desiderare, e senza desiderio non può esserci valore o rispetto per l’oggetto o per l’altro.

Si è persa quella frustrazione sana. Spesso, infatti, gli adulti, per amore o per l’ansia di non far mancare nulla, tendono ad anticipare ogni bisogno dei figli, eliminando qualsiasi ostacolo. Ma è proprio l’impatto con il “limite” o con il “no” che insegna a un bambino che nulla è scontato.


Troppi ragazzi oggi si trovano ad affrontare altre sfide della vita tra cui gestire una profonda solitudine digitale, un’ansia da prestazione sociale e l’assenza di confini chiari da parte del mondo adulto.

Quegli insegnamenti che ho ricevuto come il rispetto, l’apprezzamento per ciò che si ha, la consapevolezza che nulla è dovuto, sono state vere e proprie bussole valoriali fondamentali nella mia crescita.

Oggi la sfida educativa si in buona parte ribaltata perché si tratta di insegnare a navigare l’iper-attivazione e l’abbondanza senza perdere l’umanità e il senso del limite. Per questo noi di AdoleScienza.it stiamo da quasi 15 anni al fianco di educatori e chi si prende cura della crescita dei più piccoli.


L’aspetto che mi preoccupa maggiormente è la frammentazione dell’attenzione e del senso dell’altro (e di sé stessi).

C’era una connessione diretta tra causa ed effetto, tra lo sforzo e il beneficio.

Oggi, in un contesto di iperstimolazione, assistiamo a un’anestesia emotiva data dal sovraccarico e da una incapacità di interagire in modo pertinente.

I ragazzi sono immersi in una performance costante, bombardati da standard altissimi e risposte immediate e spesso analfabeti dal punto di vista emotivo e relazionale. Fanno fatica a “leggere” l’altro e a decodificare le regole relazionali, perché abituati a interagire con interfacce che non richiedono negoziazione, attesa o compromesso.

Manca lo “spazio vuoto” del bisogno. Senza quel vuoto, il cervello non impara a sintonizzarsi sui bisogni e sulle esigenze proprie e dell’altro.

Dobbiamo insegnarci, e insegnargli, a “rallentare” per poter finalmente vedere l’altro, rispettarlo e, di conseguenza, rispettare se stessi.

di Maura Manca


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*La foto di copertina è stata editata con Canva