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Dove c’è amore c’è libertà, c’è reciprocità, c’è cura, c’è riconoscimento. Dove c’è amore, non c’è paura.

Spesso non si denuncia perché non si riconoscono i segnali precoci: i segnali precoci di quello che è il linguaggio della violenza, i pensieri della violenza e i comportamenti della violenza.

Nel momento in cui considero normali determinate azioni o giustifico determinati comportamenti, perché credo alle parole che mi vengono dette quando ci sono i momenti di riparazione rispetto a quelli dell’invasione, della manipolazione e della rabbia, io devo avere quegli strumenti tali per cui posso definire quando c’è “un’abbastanza”, quando mi si attiva quell’amor proprio per cui dico “no”.

Le persone da sole non cambiano e il tempo, non aggiusta le situazioni, soprattutto quando c’è una distorsione nelle relazioni e nell’interazione con l’altro.

Molto spesso si arriva a non parlare con gli altri, perché si ha paura che gli altri denuncino e che possa far scattare ancora più rabbia nell’aggressore. Frasi come “tu hai parlato con quello”, “tu mi hai fatto denunciare”, “tu mi hai rovinato la vita” bloccano completamente la vittima.

La paura blocca, è un’emozione che blocca.

Tante volte ci si sente soli, nel senso che si ha paura che attivando una macchina di aiuti e di sostegno non sia in grado di fermare davvero l’altro, che non sia in grado di comprendere veramente quello che la persona vittima di violenza prova e sente nel profondo.

Ecco perché è importante avere gli strumenti adeguati, tutta la rete sociale deve avere questi strumenti, per sapere come parlare, come entrare, come interagire, perché non è dire “devi denunciarlo”, non è dire “è un violento” o frasi simili che può cambiare le cose, perché lì si attiva la parte razionale ma, in quei momenti, quella che prende le decisioni non è la parte razionale.


Infatti, quando mi trovo faccia a faccia con quello sguardo, con quegli occhi, con quella rabbia, con quella violenza, io lì ho paura e io lì mi blocco. Per arrivare ad affrontare tutto questo io mi devo strutturare, devo avere una rete strutturata intorno a me per poter dire di no.


Riconoscerlo prima, è quello che mi ferma, perché nel momento in cui io non cambio anche i miei schemi di fondo, i miei pensieri di fondo, i miei comportamenti di fondo, quelli che mi muovono, rischio poi anche di ricadere in situazioni simili.  

Il nostro cervello riconosce ciò che conosce e quindi è un lavoro fondamentale da fare anche da questo punto di vista, perché la conoscenza salva la vita.

Tante volte poi si fa l’errore di pensare che non si arrivi a tanto, il cervello commette delle valutazioni errate da un punto di vista cognitivo e pensa che le cose più gravi, possano capitare più agli altri e non a noi (questo ad esempio capita anche con le malattie).
Si tende ad eliminare questo tipo di pensieri e si commette un grave errore di valutazione: per tale ragione è fondamentale dare  strumenti concreti e adeguati, perché se tu conosci il tuo funzionamento, non sottovaluti la situazione.

In quel momento intervieni subito, ma deve essere un’abitudine, deve essere un allenamento quello di passare subito all’azione, intervenire subito e fermare subito i processi prima che diventino più lenti, più pesanti, che diventino più statici e che ci portino poi a sentirci completamente invasi e completamente incastrati.

La dott.ssa Maura Manca, NeuroMental Trainer, ne ha parlato su Canale 5, il 24 ottobre 2025, a Mattino Cinque, insieme a Francesco Vecchi.

Per guardare l’intervento, cliccare sul link a partire dal minuto 00.22.56:

https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/mattinocinque/venerdi-24-ottobre_F314097501003001