Skip to main content

Una premessa: i nomi sono falsi, ma i ragazzi sono veri.

La mattina inizia alle 7,30 circa. Mentre il bollitore del tè sta sul fuoco, apro la piattaforma per vedere se ci sono nuovi messaggi o se sono stati inseriti nuovi compiti. Puntuale mi scrive sempre Daniela: “Prof ma il compito l’ha ricevuto?”. “Prof ma i voti quando li mette?” “Prof ma come faccio se non riesco a collegarmi alla lezione online?”.

Poverina, ha l’ansia, direte voi. L’avrei anch’io se mia mamma ogni santo giorno mi facesse notare che la cugina coetanea in Ucraina ha tutti “dieci”. Dopo un po’ leggo Tanim. Lui ha tanti motivi per non fare i compiti. Non ha un tablet o un pc, ma ha solo uno smartphone col vetrino rotto, ma ancora funziona. Per qualche giorno prova a stare al passo tra piattaforme varie, poi sparisce e diventa irraggiungibile per altrettanti giorni.

Il messaggio di Chiara è sempre presente “Prof ma lei lo sa quando torniamo a scuola”. Non serve a nulla rispondere che non sono un membro dell’O.M.S., né tantomeno un funzionario apicale del ministero. “Ti ricordo che quando la scuola era aperta contavi sempre i giorni che mancavano a Natale, Pasqua o alle vacanze estive”; “Non voglio venire per la scuola, ma perché…lei lo sa. C’avevo cominciato a parlare”.

Si riferisce ad un ragazzo di terza, Valerio. Bello e maledetto l’aveva definito qualche settimana fa. A giorni alterni compare anche Gabriele, che scrive di non aver fatto i compiti per colpa dei fratelli. Non voglio neanche immaginare come possa sopravvivere in 60mq con tre fratelli tra i tre ed i sei anni.

Per tutto il giorno li leggi. Ci tengono sempre a farti sapere come stanno. Hanno bisogno di esternare i loro stati d’animo e di capire.

Ci tengono molto di più di quando non stavano seduti stretti tra i banchi di scuola o a rincorrersi a ricreazione. Alcuni li vedo cambiati: sono cresciuti, hanno smesso di essere infantili improvvisamente. Come se fosse cambiato tutto. Come se non potessero più dare nulla di scontato. Come se diventare uno youtuber famoso fosse il sogno di un secolo fa. Adesso si informano, chiedono, parlano.

Il coronavirus ha stravolto i loro desideri: non più vogliosi di influencer vuoti di contenuti, ma di persone che possano loro dare delle risposte vere, anche se la maggior parte delle loro domande purtroppo non ha risposte esaurienti.

Altri hanno fatto un percorso inverso: una regressione impensata. Sono tornati bambini nei ragionamenti e nei comportamenti. Hanno più voglia di attenzioni che altro: il loro io reclama bisogni essenziali, primari. Sono così tornati indietro nel tempo, che anche quando scrivono compiono errori che non facevano dalle elementari: dimenticano gli accenti, le h, le doppie. Li osservo, senza mai dare alcun giudizio, nelle loro metamorfosi e nei loro repentini cambiamenti di umore.


La clausura da coronavirus lascia dei segni, delle ferite. Non passeremo indenni da questo periodo, né gli adulti né i ragazzini, né noi né loro, se non sapremo fornire delle precise letture della realtà: il coronavirus non l’abbiamo voluto, né tanto meno cercato.


Ci ha colpito all’improvviso, come una tempesta imprevista, con tutto il suo carico di dolore, di sofferenza, di morte. Ma può anche rappresentare una grande opportunità. In molte religioni orientali, in molte pratiche sportive ti insegnano a ricevere i colpi durissimi. Più cruenti sono, più sarà decisa la tua reazione, la tua risposta.

Il colpo che abbiamo ricevuto è stato forte, tranciante. Non ci ha lasciato neanche il respiro, ma può aiutarci a tirar fuori quello che forse sempre, grandi e piccoli, abbiamo covato dentro: capire la differenza netta tra ciò a cui teniamo davvero, ciò che ci piace ed interessa realmente e ciò a cui siamo andati dietro solo per forza di inerzia, per seguire il gregge.

I preadolescenti e gli adolescenti vanno aiutati ad affrontare questo momento.


Noi insegnanti, noi genitori, noi adulti di riferimento insomma, dobbiamo aiutarli a tirare fuori tutto ciò che provano a livello emozionale, aiutarli a riflettere e razionalizzare, fare loro capire che dietro ogni imbrunire si nasconde un’alba, ma se non la colori con i tuoi desideri, qualsiasi alba sarà scialba. Ecco: questo forse è il nostro compito, aiutarli a colorare, affinché non sentano solo un grande vuoto da portarsi dietro per il resto delle loro esistenze.


Da amante della classe, della scuola fisica fatta di odori e rumori, spero venga presto il momento della ripresa, ho voglia di vedere i miei ragazzi, di sentirli, di rimproverarli, di scherzare con loro.

Speriamo tutti che venga il momento della “normalità”. Sarà però importante affrontare anche quella fase con molta delicatezza. Nella nuova sfida, tutti noi che operiamo con preadolescenti ed adolescenti, dovremmo affinare i radar, arricchirli con nuove sensibilità, per poter captare come saranno cambiate le loro relazioni fisiche e mentali.

E per quello avremo bisogno di tanta formazione, di tanto confronto, di tanto appoggio da parte di tutte le famiglie. Sarà la sfida futura.

Per adesso non concentriamoci su altro, però: non dobbiamo abbassare la guardia nelle nostre battaglie quotidiane, ben sapendo che noi educatori, per produrre frutti, dobbiamo saper stare nell’ombra.

di Antonio Micciulla

Insegnante Scuola Secondaria di I Grado