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In un’epoca di riforme e digitalizzazione scolastica, stiamo sottovalutando un paradosso educativo fondamentale. Mentre le Istituzioni stringono le maglie sull’uso degli smartphone per gli studenti, la cattedra sembra trasformarsi in un set per la creator economy, purtroppo a partire dalle scuole dell’infanzia.

Cosa succede al cervello di un adolescente quando l’aula diventa un palcoscenico social e qual è il prezzo pedagogico e neurobiologico di questa scelta? Ho scritto alcune righe per riflettere con te che stai leggendo su alcuni punti che vanno oltre la semplice polemica del momento.


Si parla spesso di limitare o vietare i social agli studenti, ma poi la didattica sta diventando sempre più di frequente un contenuto social, mentre agli studenti si chiede prudenza sugli stessi strumenti. Una contraddizione?

Un nodo critico è la profonda incoerenza pedagogica di un sistema che vieta l’uso dei social agli studenti, per poi trasformarli in una sorta di “comparse” per le performance digitali dei docenti. Da un lato abbiamo le Istituzioni e gli adulti che mettono in guardia sui rischi dei social (dipendenza, stress da esposizione, cyberbullismo) e ne vietano l’uso a scuola; dall’altro sempre più insegnanti e scuole, a partire dalle scuole dell’infanzia (purtroppo), li usano per comunicare, promuoversi o fare divulgazione, anche durante l’orario di lavoro.

I ragazzi vivono dentro i social e sotto i riflettori di continuo, senza mai staccare. Tutti gli educatori che ne fanno uso, ovviamente, hanno una motivazione personale valida, ma dell’impatto sul loro sviluppo e sul loro cervello chi ne tiene veramente conto?

Si tratta di innovazione educativa o serve una cornice etica e normativa più chiara, soprattutto in tema di privacy e di tutela dell’immagine degli studenti? Si rischia di trasformare l’educazione in un reality show?

Perché da un lato sequestriamo i cellulari ai ragazzi per “salvarli” dalla distrazione digitale e, dall’altro, tolleriamo e a volte applaudiamo i docenti che usano quello stesso strumento, in pieno orario di lavoro, per inseguire like e trend virali. La coerenza è fondamentale in ambito educativo. Tuttavia, il messaggio rischia di perdere ogni valore semantico nel momento in cui la figura di riferimento metta in atto il comportamento opposto durante l’orario di lavoro.

Il focus non è se sia ‘giusto o sbagliato’ o ‘sì-no’, la meravigliosa polarizzazione che piace tanto agli algoritmi social, ma chiederci: il sistema scolastico è pronto a tutto questo? È stato pensato e studiato o ci si basa solo su iniziative personali?


La scuola serve anche a dare strumenti per pensare in modo critico, non a generare engagement. Noi dobbiamo dare loro questi strumenti. Se si vuole una scuola digitalizzata, si devono avere i mezzi giusti e un forte bilanciamento anche con la parte sportiva e di MoviMente, per non creare un “altro” al troppo che già esiste. Altrimenti si rischia una distorsione della funzione educativa (che va indubbiamente rivista e aggiornata).

Introdurre lo smartphone del docente per riprendere le reazioni degli alunni, inoltre, altera “chimicamente” l’ambiente e lo stato interno dei ragazzi. La presenza di una telecamera innesca picchi di cortisolo (potenziale ansia da prestazione) o una ulteriore ricerca di dopamina (il bisogno di “piacere” al pubblico del web), sottraendo risorse cognitive preziose. E poi, quando nell’ora successiva entra il prof “non social”, che succede nel loro cervello? Sono solo alcuni degli innumerevoli punti da approfondire in merito a questo aspetto.

Mi immagino alcune risposte più immediate del tipo “Ma i tempi cambiano, bisogna parlare la loro lingua per coinvolgerli!”.

Capisco perfettamente questa riflessione e sono la prima a sostenere l’importanza di usare un linguaggio adatto al loro sviluppo e al funzionamento cerebrale. Tuttavia, dobbiamo porci alcune domande: da un punto di vista dell’intelligenza linguistica e delle neuroscienze, quale prezzo stiamo pagando per quell’attenzione, visto che ormai è sempre più rara? Parlare ‘la loro lingua’ non significa necessariamente adottare i loro strumenti di intrattenimento in un contesto istituzionale.

È vero che i ragazzi vanno incuriositi, attratti e guidati, ma se trasformiamo una lezione in un contenuto virale, stiamo confondendo l’intrattenimento (che genera picchi di dopamina che si vanno a sommare a quelli della maggior parte delle attività online extrascolastiche, chat comprese) con l’educazione (che richiede sforzo cognitivo e tempi lunghi, che oggi non hanno quasi più neanche gli adulti).

È una differenza sottile ma l’effetto è molto diverso perché si rischia di creare una dipendenza dal ‘formato’, non un interesse per il ‘contenuto’, anche i per gli stessi social prof.

Manca quello spazio fondamentale per riflettere.

 

di Maura Manca

*La foto di copertina è stata generata con l’uso di intelligenza artificiale