Famiglie digitali alle prese con PlayStation, smartphone, tablet, che si trovano ad incentrare le proprie discussioni non più solo sul disordine e sui compiti. Si apre la diatriba 2.0: da una parte i genitori che si lamentano per l’eccessivo tempo che i figli trascorrono attaccati a joystick e schermi di tablet o cellulari, dall’altra, i figli, che si lamentano dei genitori che li assillano accusandoli di stare sempre attaccati al cellulare o alla console. I problemi tra le due generazioni riguardano soprattutto il barattare un tempo e la modalità di utilizzo che l’adolescente dovrebbe adottare nell’utilizzo degli strumenti tecnologici.
Oggi nelle famiglie digitali, però c’è un problema più rilevante, si parla troppo poco e si discute tanto. Anche gli stessi genitori sono spesso impegnati in un uso improprio della tecnologia tra social network e chat, dando ovviamente un cattivo esempio e, allo stesso tempo, diventando meno credibili ai loro occhi. L’adulto deve ricordare che se vuole essere efficace nel sostenere la sua teoria, deve lui per primo dare il buon esempio.
I numeri
Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (Manca, 2016), il 15% degli adolescenti sostiene addirittura di non avere un minimo dialogo con i propri genitori, anzi, avendo spesso visioni differenti del mondo, finiscono per litigare; il 42%, infatti, dichiara di scontrarsi spesso con i propri genitori. Poco meno del 50% degli adolescenti ci racconta che gli adulti si lamentano per il tempo eccessivo che, a detta loro, trascorrono attaccati al cellulare e per questo, spesso, fioccano le punizioni. Il 46% dei genitori ricorre ancora a punizioni “classiche”, ossia impediscono di uscire e di vedere gli amici, rispetto al 33% dei ragazzi che invece subisce le famose forme moderne di punizioni 2.0, ossia quelle legate al sequestro dello smartphone, insieme a un 14% a cui viene tolta anche la PlayStation, generalmente si tratta dei maschi.
Le punizioni 2.0 servono veramente per educare i figli?
Spesso, si ha l’errata convinzione che vietare l’accesso ad internet o protrarre eccessivamente il tempo in cui il figlio non può avvicinarsi alla tecnologia, possa essere una modalità di intervento efficace per evitare che il giovane possa deviare o comunque utilizzare in maniera eccessiva lo smartphone, le console e i vari strumenti tecnologici.
Le punizioni 2.0 riguardano più che altro ricatti e minacce legate all’immediato sequestro dello smartphone oppure al cambio della password del Wi-Fi, per impedire ai figli di connettersi o addirittura disconnetterli completamente da tutti i dispositivi collegati ad internet.
Punirli, togliergli lo smartphone, privarli del loro mondo, non è un metodo efficace per educare e per ottenere rispetto da parte dei figli. Bisogna insegnargli un utilizzo equilibrato della tecnologia, cercare di fargli capire che, facendo troppe cose in multitasking, sprecano tante energie da un punto di vista psico-fisico, poiché, se si esagera con gli input, si va incontro ad dispersione energetica. Sarebbe importante introdurgli il concetto del prima e dopo, ossia della sequenzialità delle azioni da compiere.
Il genitore che deve ricorrere alle punizioni 2.0 sta giocando il jolly, dopo il quale non avrà altre carte da giocare per farsi obbedire, perché è ciò che oggi i ragazzi temono maggiormente; “mi togliesse quello che vuole, ma non il telefono”, mi disse un giorno una ragazza. In questo modo i figli obbediscono, non perché hanno compreso, ma perché hanno bisogno di rimanere connessi e hanno paura di essere tagliati fuori. Così non si crea un rapporto basato sul rispetto, anzi al contrario si alimenta una frustrazione nei confronti del genitore, si reprime uno stato d’animo e una rabbia, perché per loro è una punizione veramente assurda. Ricorrere ad un atteggiamento basato su obblighi e pretese, infatti, porta spesso a conflitti che possono divenire ingestibili e favorire come risposta due reazioni differenti: la prima è che, anche solo per opporsi agli obblighi genitoriali, il figlio si sentirà invogliato ad utilizzare la tecnologia appena gli sarà possibile; la seconda, quella più dannosa, è che non si aiuta il ragazzo a comprendere che ha un problema, sfavorendo così la presa di coscienza della sua condizione, ma soprattutto non gli si permette di poter scegliere e decidere autonomamente.
Il dialogo quindi è fondamentale, bisogna parlare prima di agire con punizioni, per cercare di far capire loro le motivazioni, i rischi, i pericoli e le responsabilità. Le punizioni, se non contestualizzate e ben spiegate dal genitore, alimentano solo conflitti e rabbia interna di un ragazzo che si sente deprivato o violato di una parte di sé.
Tratto dal libro Generazione Hashtag di Maura Manca


