Dopo il femminicidio di Federica Torzullo, uccisa brutalmente dal marito Claudio Carlomagno, i genitori di quest’ultimo sono stati trovati senza vita nella loro abitazione. È l’epilogo drammatico all’interno di una vicenda già atroce. Dimostra quanto ogni tragedia, spesso, sia l’inizio di un’altra tragedia per i familiari, per chi rimane. Un effetto domino di cui non si valutano gli effetti a breve e lungo termine.
Il femminicidio di Federica ha innescato un’onda d’urto che ha distrutto non una, ma tre famiglie: quella della vittima, quella dell’omicida e quella dell’altro figlio rimasto solo.
Dobbiamo smettere di guardare al crimine come a un evento isolato.
I familiari di un colpevole vivono una serie di emozioni fortissime e a volte contrastanti: il dolore per la vittima (spesso una persona cara, come in questo caso la nuora) e il senso di colpa per il sangue del proprio sangue.
La tragedia diventa l’inizio di una seconda tragedia. Se a questo aggiungiamo il peso del giudizio pubblico, della gogna social, il peso di essere gli “eredi della colpa” diventa quasi impossibile da gestire.
Ogni parola che leggiamo o ascoltiamo, specialmente in contesti di forte dolore e stress, lascia dei segni e modifica la nostra chimica cerebrale, i nostri pensieri e le nostre azioni.
Dobbiamo dircelo chiaramente: non diamo ancora la giusta importanza al peso delle parole sulle nostre azioni e sui nostri pensieri.
A livello cerebrale, le parole di odio e i commenti della “gogna social”, come “avete creato un mostro” o le accuse di complicità, attivano nel ricevente le stesse aree del cervello deputate al dolore fisico. Quando una famiglia già devastata dal trauma viene investita da accuse violente come queste, il cervello entra in uno stato di iper-attivazione dell’amigdala, rendendo quasi impossibile l’elaborazione razionale del lutto.
Quando una persona è già vulnerabile, schiacciata dal trauma e dal senso di colpa per un gesto non suo, il peso del giudizio sociale può diventare un carico biologico insostenibile, alimentato da parole che non si cancellano e rimbalzano nel web senza controllo.
Quanto la pressione sociale e il giudizio pubblico possono diventare armi letali? Siamo consapevoli che un commento “di pancia” può lacerare la psiche di un’altra persona, essere quell’ultima una spinta verso il baratro per chi sta già soffrendo e non vede via d’uscita?
di Maura Manca


