Stiamo affrontando una fase storica in cui si deve prendere coscienza della deriva sociale, familiare e individuale. Partiamo anche dal presupposto di base che troppi bambini di loro non sanno più cosa significhi saltare, ridere e giocare, fare capriole, correre dietro a un aquilone, impiastrarsi di fango, sporcarsi i vestiti, sbucciarsi le ginocchia e fantasticare di volare come un aeroplano correndo a braccia aperte contro il vento. Sembra non sappiano neanche più parlare. Non ho mai visto tanti ritardi nello sviluppo del linguaggio come in questi ultimi anni, insieme a tante diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento.
Si sono persi i valori di fondo e ciascuno dovrebbe tornare ai propri posti. Pensiamo a cosa accadrebbe se all’interno di una grande nave il mozzo decidesse di fare il comandante, il macchinista si dedicasse alla cucina e il nostromo pensasse di fare il medico di bordo. In poche parole, se ognuno si mettesse a esercitare il lavoro dell’altro, dove andrebbe a finire quella nave? Per questa ragione non andiamo avanti, perché tutti si arrogano il diritto di fare tutto, anche senza avere le competenze, senza capire che dentro una stessa nave serve collaborazione e non farsi una inutile guerra. Se non smetteremo di applicare modelli distruttivi, continueremo a girare intorno, non riusciremo a essere efficaci e a rimetterci saranno solo i ragazzi, che andranno sempre più alla deriva.
Spesso si tende erroneamente a scaricare la colpa sulla tecnologia, quando, in realtà, il problema non è il mezzo in sé ma il modo in cui esso viene utilizzato. È l’uomo che la usa per raggiungere i propri scopi, che non si accontenta mai, che è sempre insoddisfatto di se stesso e degli altri, che ha le smanie di controllo e possesso. I social media sono ormai diventati delle armi troppo potenti, vendute con tanto di licenza per uccidere, senza neanche rendersi conto dei danni che possono potenzialmente arrecare. La mente umana, soprattutto quella dei più piccoli, non è in grado di ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni, in particolare quando non ne vede direttamente gli esiti con i propri occhi e non tocca con mano il problema. Si attiva in automatico un processo di deresponsabilizzazione e di delega, e perdiamo la capacità di ragionare sulle proporzioni che può assumere una data azione in rete, perché parliamo di numeri troppo grandi su cui non abbiamo un riscontro reale. Se non vogliamo rischiare di rimanere essere schiacciati da noi stessi, dal nostro egoismo, dalla nostra cecità, dal nostro bisogno di autoaffermazione, che annienta la capacità di essere “umani”, bisogna fermare questo inesorabile avanzare della disgregazione globale e intervenire precocemente e sinergicamente con dei piani ben studiati e mirati.
di Maura Manca


