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Ci sono pianti che non richiedono risposte, solo accoglienza. A volte, si tende a intervenire immediatamente perché le lacrime, soprattutto di un figlio o di una persona che amiamo, attivano in noi delle reazioni molto forti, perché fa male vederle soffrire, perché associamo al pianto la sofferenza.

Ci sono dei pianti che sono dei pianti di elaborazione, ci sono dei pianti che sono di crescita e ci sono dei pianti che hanno bisogno semplicemente di essere accolti, di essere visti, riconosciuti, ma non risolti.

Il “non devi piangere” blocca questo flusso, impedisce di capire la potenza del pianto, di quelle lacrime che esprimono ciò che una persona ha dentro.

Il pianto, spesso, è anche un modo di elaborare, di far uscire ciò che non si riesce a dire con altre parole. Il pianto permette anche di toccare, di vederci e di vedere il bisogno di lasciar fluire, di far uscire.

A volte si interviene immediatamente, offrendo soluzioni e risposte, ma in molti casi  non si cerca una risposta, si cerca solo presenza: presenza attiva, consapevole, una presenza che non sta lì per risolvere il problema, ma che resta insieme a te. È ciò che manca in tantissime relazioni, che siano genitore-figlio, con il partner o altri tipi di relazione.

Viene detto spesso “non devi piangere” perché il pianto viene associato alla debolezza e si finisce per bloccare e comprimere quello abbiamo dentro.
Il pianto, anche a livello fisiologico, significa cambiare la chimica interna e far uscire determinate sostanze che hanno una funzione di pulizia.

Il pianto crea interazione e insegna anche a stare. Bisogna imparare a sostare, nel senso di “so-stare”, dentro le emozioni intense, senza scappare subito, senza bloccare immediatamente; perché questo non permette di conoscere e di conoscerci dentro le emozioni, di imparare a starci, e quindi di apprendere l’autoregolazione e la regolazione.

Se dobbiamo subito risolvere, dire cosa fare, fornire la soluzione che placa quello stato, il cervello non si attiva, non cresce, non evolve, non pensa di potercela fare. Da un lato, quindi, si rischia di essere schiacciati da quel tipo di emozioni, di esserne sopraffatti, di averne quasi paura, di pensare di non essere in grado; perché se le soluzioni arrivano sempre dall’esterno, in quel momento non si pensa più, non si affinano gli strumenti per poter capire e dire al cervello: “sì, ce la posso fare”.

Quindi il pianto è potentissimo, ha la forza di ciò che ci rende umani: il sentire, il vivere, il conoscere e il gestire le nostre parti più profonde, più interne.

Il modo in cui esprimiamo le nostre emozioni, rappresenta chi siamo. Non diciamogli quindi come devono fare o cosa devono fare: ascoltiamoli, accogliamoli, accompagniamoli, perché tutto questo fa crescere anche l’adulto, il genitore, il partner dentro una relazione.

Insegna molto il “so-stare” dentro le emozioni. Non è tutto un fare, un agire, un riempire. Riempiamole di noi. Questa è la meraviglia della vita.

Ci sono momenti in cui le parole non solo sono inutili, ma persino di troppo. “Sono qui. Non ho risposte, ma ho tutto il tempo per ascoltare o stare in silenzio con te” è ciò che basta in tante occasioni.

Il dolore ha il diritto di esistere, esattamente così com’è.

Non tutto va spiegato. Tante cose vanno semplicemente capite. Il silenzio è l’abbraccio più forte che si possa offrire in questi casi.

 

di Maura Manca

*La foto di copertina è stata generata con l’uso di intelligenza artificiale