La maggior parte delle volte, la violenza è nascosta dietro un’apparente normalità ed è per questo che non si riesce a capire il senso del suo dilagare fin dalla più giovane età. Ciò che preoccupa maggiormente è proprio la superficialità con la quale questi ragazzi si comportano in modo aggressivo, ritenendolo un banale gioco e un momento di divertimento. Chi si muove senza empatia, senza rispetto di se stesso, degli altri, degli oggetti non è neanche in grado di dare valore agli altri e alle cose. Il problema è che queste condotte vengono ancora lette da troppi adulti come “bambinate” o “ragazzate”, non riconoscendo la vera matrice della violenza e la gravità di questo tipo di comportamenti, soprattutto per i segni indelebili che essi lasciano.
Il termine violenza deriva dal latino vis, “forza”, ed esprime il concetto di violazione e di imposizione della propria persona e della propria volontà con la forza fisica e psicologica. Sempre più di frequente assistiamo inermi al manifestarsi della violenza da parte di bambini e adolescenti “normali” e di “buona famiglia”, figli di un vuoto educativo, orfani di ideali, di valori e di quel contenitore emotivo in grado di accogliere le loro deviazioni e di guidarli verso le acque dell’equilibrio e della stabilità psichica. Essi vivono seduti su un’altalena che si muove tra la consapevolezza di rimanere impuniti e l’inconsapevolezza di essere violenti. Sono figli di un’assenza di pilastri educativi, di modelli autorevoli e di alleanze pedagogiche. Sono figli del conflitto, della disgregazione familiare, scolastica e sociale. Se l’ambiente in cui crescono e si muovono non è in grado di rispondere in maniera efficace alle loro richieste, si determina in loro un deficit nel riconoscimento e nella regolazione delle emozioni che rischia di guidarli ancora di più verso manifestazioni comportamentali dirompenti e violente. Alla base dei problemi relazionali c’è l’incapacità di riconoscere, utilizzare e gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle dell’altro, aspetto che porta inevitabilmente a fenomeni come il bullismo, l’aggressività e la violenza.
Sono figli di una voragine emotiva, di un’assenza di controllo, di regole e imposizioni genitoriali da un lato, e di un’iperprotettività e anticipazione di tutti i loro bisogni dall’altro. Cerchiamo incessantemente di attribuire le colpe a qualcosa e a qualcuno, proviamo a trovare dei capri espiatori pur di non aprire gli occhi e realizzare che siamo circondati da modelli violenti e che tutti, in qualche modo, contribuiamo a questa inesorabile avanzata di violenza nelle relazioni umane.
Non sto dipingendo uno scenario apocalittico, sto solo cercando di far vedere ciò che abbiamo paura di vedere. Basti pensare che anche le associazioni che si occupano di tutela e prevenzione dei comportamenti aggressivi si prevaricano tra loro e, sempre più spesso, vige il modello sociale del “ti attacco per distruggerti”, in cui l’altro diventa un nemico e ci si sente insolentemente possessori di una verità assoluta o di un metodo infallibile contro il virus della violenza. Siamo circondati da una nube di malsano egoismo e le relazioni, comprese quelle familiari e scolastiche, sono fondate su una competitività distruttiva. Competizione tra fratelli, tra amici, nello sport e dietro i banchi di scuola. In una società di talent e di talenti, la pressione sociale e social aumenta esponenzialmente e le prestazioni precedono di gran lunga le emozioni, che le seguono zoppicanti a fatica. Tutto è incentrato su valutazioni, giudizi, dita puntate e omologazione, non sul valore personale e sulle differenze individuali intese come un’importante risorsa.
È poco presente il concetto di insieme e di cooperazione. È vero anche che tutti questi comportamenti non sono un frutto recente, sono sempre esistiti, soprattutto da quando l’uomo vive in branco, e sempre ci saranno. Ma è pur vero che oggi abbiamo degli strumenti di amplificazione, condizionamento e rinforzo che prima non esistevano. Sono mezzi persuasivi che solleticano l’Io delle masse e alimentano il potere e il controllo insiti nella natura umana. Sono diventati protesi di un’identità sempre più fluida, ci condizionano anche nell’organizzazione del pensiero e nei suoi processi, generando un’amplificazione di questo germe sempre esistito, che era solo più nascosto e più contenuto, e che oggi si sta completamente slatentizzando. Non so se si possa parlare già di psicosi collettiva, visto che ci stiamo dissociando man mano dalla realtà, ma sicuramente abbiamo sempre più paura di tutto ciò che è “umano”, ci fidiamo e affidiamo al virtuale e a tutto ciò che è mediato da una macchina. Se non riprenderemo la fiducia nell’essere umano, in noi stessi e negli altri, e continueremo a delegare tutto, non riusciremo a riprendere il contatto con la realtà, con noi stessi e, di conseguenza, con l’altro. Serve una presa di coscienza collettiva, si deve remare insieme verso un obiettivo comune.
Quando si parla di violenza, si parla di una distanza che viene violata, di un’invasione intenzionale degli spazi dell’altro, un entrare prepotentemente senza un limite dentro chi è già inibito dalla paura e indebolito da una sensibilità emotiva che oggi rischia quasi di diventare un difetto. Non c’è un’educazione alle emozioni e all’affettività e si tende sempre di più a reprimere ogni forma di espressione emotiva, di cui spesso ci si vergogna. Si chiede scusa quando si piange davanti agli altri, ci si imbarazza quando si arrossisce, si abbassa lo sguardo quando si esprimono i propri sentimenti o quando ci si blocca davanti agli altri, come se fosse sbagliato essere emotivi, come se ci fosse qualcosa di scorretto nell’essere semplicemente umani. Le emozioni sono la nostra forza e dobbiamo insegnare ai bambini, fin da quando sono piccoli, a riconoscerle e a gestirle adeguatamente.
ALLA BASE DELLA VIOLENZA, SIA SUBITA CHE AGITA, C’È LA PAURA. DA UN LATO LA PAURA DI REAGIRE, DI PARLARE, DEL VUOTO, DEL CONFRONTO CON SE STESSI E CON GLI ALTRI, DALL’ALTRO LA PAURA DI NON AVERE IL POSSESSO E IL CONTROLLO, DI NON ESSERE ACCETTATI E RICONOSCIUTI ANCHE IN QUEL RUOLO.
Osserviamo inermi il crescere di una massa di ragazzi psicologicamente poco dotati e soprattutto carenti nell’area dell’autonomia psichica, che vivono nella paura di gestire un futuro e di affrontare la vita nella sua quotidianità, che si muovono in balia delle onde, nel vuoto della noia e nel totale disinteresse per ciò che hanno e per le persone che li circondano. Una noia che spesso viene colmata dalla violenza e da varie forme di disagio e comportamenti a rischio. Un’emergenza sociale e social correlata a tutti quegli atti di violenza più subdola e silente di cui si ha ancora paura di parlare, dimenticandoci che ci stiamo riferendo a persone, vittime anche di uno stigma sociale.
La violenza è ormai un fenomeno trasversale che non possiamo più far finta di non vedere. Vittime e carnefici sono complementari: non esiste l’uno senza l’altro, a un passo dell’uno corrisponde un passo dell’altro, si muovono come se danzassero un passo a due dove uno, però, impone irrispettosamente i suoi tempi, i suoi ritmi e il proprio volere mentre l’altro subisce, cercando di liberarsi dalla morsa della cintura dell’insicurezza, delle aspettative e della debolezza stretta dal suo aggressore. La violenza non è altro che una gabbia di dolore, paura e rabbia che si costruisce silenziosamente, si stringe in un abbraccio soffocante e fa leva sui punti deboli di vittime e carnefici.
Ciò che accomuna questi ragazzi è un sentimento di profonda solitudine, una disregolazione delle emozioni e un’assenza di ascolto e comprensione. La sensazione di ingiustizia è presente in tutti i racconti delle vittime, quella di giustizia, al contrario in quelli degli aggressori. Se vogliamo combattere la violenza, dobbiamo spogliare vittime e carnefici dei loro ruoli, ridare loro la dignità, la possibilità di scegliere, di esprimersi e di sviluppare quella capacità che permette di affrontare se stessi e il mondo circostante senza paura.
di Maura Manca


