Ci troviamo ad analizzare l’ennesimo e gravissimo caso di cronaca che riguarda comportamenti violenti messi in atto da ragazzi sempre più giovani. Il caso dello studente che ha accoltellato l’insegnante, agendo con fredda premeditazione e indossando una maglia con la scritta “vendetta”, ci porta a fare un’analisi per approfondire i meccanismi mentali, i campanelli d’allarme linguistici e il vuoto emotivo che hanno trasformato un profondo disagio e distorsione della realtà in una violenza efferata.
È importante partire dall’analisi delle parole e del modus operandi che ha seguito. Ci troviamo davanti a un’azione che fa veramente riflettere sotto tantissimi punti di vista: dobbiamo entrare nella sua testa e capire che cosa ha letto il suo cervello, come lo ha letto e come ha processato queste informazioni.
Le sue parole sono una sorta di gabbia linguistica e il titolo, “una soluzione finale”, ha già dato un comando preciso al suo cervello. È una soluzione, ed è quella finale, ed è quella che riesce a mettere il punto alla situazione che sta vivendo, che riesce a trovare quella soluzione che diventa quella scelta mirata. Lui ha già trovato e sta già applicando, con l’uso di queste parole, la soluzione al suo problema. Questo significa che nella sua testa è risolto: l’azione, in quel momento, era già decisa.
Nella sua testa, queste parole vanno a sottolineare la correttezza del suo agire. Le parole sono molto importanti perché descrivono la nostra realtà, come noi filtriamo la realtà, ed è indubbio che qui ci troviamo davanti a una fortissima distorsione di come viene letta la realtà.
Nel momento in cui cambia anche i suoi vestiti, esce dai panni della vittima. Nel momento in cui si mette i pantaloni militari e la maglietta con la scritta “vendetta”, il tutto assume un significato più profondo e strutturale, perché viene usata la vendetta come uno strumento, uno strumento per uscire da quella condizione in cui lui si è identificato.
“Io sono impotente, sono incatenato, sono schiavo”, parole che denotano e rinforzano la sua realtà di soggetto passivo. Lui stesso sottolinea di viverla come una condizione di sofferenza e di ingiustizia, che lo ha spinto a trovare il suo scopo. Nel momento in cui agisce, abbandona i panni della vittima e trova un’illusione di ripristinare nella sua testa quella condizione di giustizia. Diventa quella figura vendicata nella sua testa, e agisce secondo un copione scritto. Diventa quell’atto che ripristina questo suo stato interno, crea un reframing, cioè riscrive nella sua testa quello che lui sta vivendo. Diventa la violenza, usa la violenza come linguaggio e anche come anestetico, che spegne quei centri emotivi del cervello. Come parla della professoressa, fa capire che ha tolto tutti quegli aspetti umani e che quindi lei, e chiunque, come dice, si metterà tra lui e questa situazione, viene identificata come un ostacolo. Questo suo scopo diventa quell’oggetto che poi deve essere eliminato, quell’oggetto che fondamentalmente, ed è per quello che ha potuto agire anche con una violenza così importante, gli ha tolto tutti quegli aspetti legati alla relazione umana e alla parte emotiva.
E quindi anche il vestirsi è una tecnica visiva, perché l’abito fa il monaco: richiama anche un po’ quello che lui ha preso dai mass shooter, quei modelli che sono comunque presenti nella sua testa.
Non è solo quell’atto di vendetta, ma è proprio quella condizione per uscire, per rompere quella routine e per ripristinare nella sua testa quella condizione di potenza, uscire dall’impotenza alla potenza. Nonostante poi la vittima diventi un oggetto di scena, perché la riprende e la mette pubblica, questa condizione diventa proprio quell’oggetto di scena quasi necessario nella sua testa per quella performance premeditata che aveva costruito.
In questo caso lui usa questa situazione. Ho fatto più volte presente a più livelli che, nonostante abbiano meno di 14 anni, alcuni ragazzi hanno consapevolezza di questa condizione e la sfruttano. Bisogna intervenire in maniera diversa facendo analisi più approfondite per personalizzare gli interventi rieducativi perché siano efficaci. Perché è vero che fondamentalmente la corteccia prefrontale, quella parte del cervello responsabile della valutazione delle conseguenze e del controllo degli impulsi, è ancora immatura, ma se questa parte la uniamo a un vuoto educativo e a tanti altri fattori concatenati insieme, si rischia che le emozioni, come in questo caso la vendetta e l’odio, diventino quelle che guidano.
Scriversi addosso la scritta “vendetta” serve a blindare quella decisione e diventa quel momento in cui cambia il suo status. È il segnale che dà al cervello, che gli dice “Ok, vai”, e che quindi lo fa passare da quel ruolo passivo di impotenza a quel ruolo in cui, in maniera distorta, lui percepisce la potenza.
Tutto questo è generato nella sua testa da angoscia, rabbia, frustrazione e la domanda è: come elabora ciò che sente in modo completamente distorto? Perché a un certo momento l’unica soluzione per lui non è elaborare, ma è decidere lui chi vive e chi muore.
Quel passare all’atto dalla parola avviene perché fondamentalmente manca uno spazio di elaborazione e manca completamente quello spazio che trova altre soluzioni più adattive, più funzionali. Perché la colpa è verso l’esterno e quindi nel momento in cui dico al mio cervello “è colpa loro”, la violenza nella mia testa cambia significato e diventa da aggressione gratuita a legittima difesa. E quindi di conseguenza, sommata al discorso legato alla conoscenza del codice, al fatto che non può essere imputato e che può cavarsela, fondamentalmente l’impunità è come se fosse un rinforzo di questa situazione. L’assenza di quelle conseguenze penali diventa nella sua mappa mentale distorta ancora più che un lasciapassare definitivo per infrangere tutte le regole morali e poter attuare la sua vendetta. Emerge la lucidità con cui sottolinea che non sarà punito.
Anche il video lascia molto riflettere perché nel momento in cui si filmava, tocca anche il telefono prima di agire, prima di attaccare, toglie l’audio: ci sono dei gesti consapevoli e molto intenzionali.
La parola vendetta è quella che lo fa passare, lo fa diventare il protagonista della sua vita. Anche perché il vero senso della vendetta era non tanto distruggere la professoressa in sé, ma distruggere tutto quello che attivava la sua condizione e quel mondo interno legato a quell’insignificanza e a quella che lui chiama noia, che poi è un vuoto, un vuoto enorme che purtroppo troppi ragazzi non hanno mezzi e strumenti per colmare in un’altra maniera.
È una sorta di buco nero emotivo che ti fa perdere un senso nelle relazioni, nel nulla, nel momento che tu definisci banale e che vai a screditare sotto tanti punti di vista: questa è quella condizione che poi purtroppo porta a queste situazioni.
Indubbiamente i genitori e gli educatori devono formarsi su quello che è il funzionamento cerebrale oggi e sull’impatto di tutto questo contesto sul cervello dei ragazzi, sulla loro percezione del mondo, su come processano le informazioni, sugli schemi di pensiero e comportamentali che mettono in atto.
Ci sono anche dei campanelli d’allarme linguistici e sicuramente è importante conoscere il loro vocabolario e gli schemi che applicano, perché i cambi di vocabolario e degli schemi di pensiero comportamentali possono essere quelle condizioni che permettono di conoscerli, di intercettare e riconoscere questo grave stato di alienazione o comunque l’inizio di queste condizioni di disagio. Fa veramente riflettere quanto tanti ragazzi covino dentro il disagio, vivano delle condizioni estremamente distorte e che l’ambiente intorno non abbia quegli strumenti per poter decifrare questo tipo di linguaggio. È vero che tante volte sembra quasi impossibile pensare che un ragazzo così giovane possa arrivare a tanto, e quando la nostra testa pensa che è impossibile, difficilmente la processerà.
Quindi, per prima cosa dobbiamo riscrivere un po’ quelli che identifichiamo come segnali di criticità, quelli che identifichiamo come segnali di star bene o star male, perché a volte fortissimi disagi sono nascosti dietro un’apparente “normalità”, quella che l’ambiente vede e percepisce come normalità anche quando poi non lo è.
Ci sono dei campanelli d’allarme che i genitori possono tenere in conto: imparare ad ascoltare il loro linguaggio, questo uso delle parole più legato a rendere le persone oggetti, a etichettarle, a polarizzarle, e anche il sempre, il mai, il vivere i problemi come qualcosa che deriva dall’esterno e parlare di subire ingiustizia. Noi stessi tante volte, quando abbiamo subito dei torti a scuola abbiamo detto delle parolacce, ci eravamo arrabbiati, ma c’era una condizione di freno, di limite, di senso morale, di pensiero, un’analisi: tu sapevi che anche se auguravi del male a delle persone poi non lo agivi.
Tutto questo oggi invece si inserisce su una patologia delle relazioni dove i ragazzi non hanno più quello spazio di vivere quel contatto e quel confronto che spesso viene vissuto come un affronto.
Per esempio, le parole ‘sempre, mai, tutti, niente’, “nessuno mi capisce”, “non cambierà mai niente”. È vero che sono tipiche dell’adolescenza, che ha questa parte emotiva che si allarma e che percepisce le condizioni in questo modo. Infatti, non è solo un singolo segnale o una singola parola, una singola condizione: vanno ovviamente contestualizzate e sommate, però la frequenza, l’intensità, la modalità possono essere dei forti indicatori.
Insieme, per esempio, a delle parole che si basano sulla deumanizzazione, sull’oggettificazione dell’altro, che riducono spesso le persone a categorie e che sono riprese da un gergo usato spesso anche nei social, ma anche in famiglia, perché tantissime volte si tende a criticare, a giudicare, a etichettare e a perdere gli aspetti umani. Tante volte non ci rendiamo conto di quanto tutto questo, sommato ovviamente a una marea di altri fattori e a quello che già vivono loro, vada a influenzarli. Un’attenzione particolare va data anche al linguaggio dell’impotenza, all’uso dei verbi passivi: “mi stanno distruggendo”, “mi rovinano la vita”, “sono costretto” che denotano che la colpa è sempre solo degli altri, come le parole che propendono sul versante distruttivo, che sottolineano una rabbia che non si contiene e dove “gliela voglio far pagare”.
Sottolineo che non è solo una singola frase o una singola parola a far scattare l’allarme. Ma inserita in un contesto, sommata ad altri fattori e monitorata nel corso dello sviluppo.
Vanno analizzate anche le loro reazioni davanti a notizie tragiche, incidenti, sofferenze di vario tipo. Questo è un esercizio che faccio fare spesso: fategli commentare determinati fatti di cronaca o episodi che gli raccontate o che vi descrivono senza intervenire, anche quando sentite parole, commenti, frasi che non volete sentire. Fateli prima parlare, fateli prima esprimere per capire la profondità, che tipo di atteggiamento hanno davanti al dolore, se c’è cinismo, che tipo di reazioni ci sono e poi intervenite. Così però entrate nella loro mente.
Attenzione anche al sentirsi diverso, a questo vissuto interno di isolamento forzato, di esclusione: “sono diverso da questa massa, io sono in questo modo, sono un essere particolare, speciale, gli altri sono più banali”. Oggi c’è questa condizione che viene spesso spinta nei social, quella dell’eliminare tutto ciò che fa star male che viene spesso letta in maniera distorta.
Tutti gli adulti per primi devono avere questi strumenti e allenarli perché anche il linguaggio che viene utilizzato a scuola dagli insegnanti, dagli allenatori e dai genitori influenza molto il loro sviluppo. Noi adulti abbiamo la capacità di vedere e di dare una direzione anche in modo indiretto. Lavoro sia nello sport che nella formazione in ambito scolastico e familiare e ho ben chiaro quanto tutto questo possa essere veramente un fattore protettivo enorme.
di Maura Manca


