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Squid Game o non Squid Game? Eliminare la serie o non eliminarla? Come mai ci accorgiamo oggi che esistono anche queste piattaforme online e che, oltre a social e videogiochi, i bambini si nutrono troppo spesso anche di video e serie di cui non si dovrebbero alimentare? Perché se esistono i parental control, non si attivano?

Ovviamente il problema non è Squid Game. Il problema è che i bambini non sono minimamente in grado di percepire le dinamiche più profonde e rappresentative di alcuni aspetti della nostra società moderna. Non sono in grado di cogliere le tante dinamiche relazionali, familiari e individuali presenti nella serie. Questo discorso può valere per un adulto che dovrebbe (sottolineo il dovrebbe) aver maturato la capacità di giudizio, contestualizzazione e analisi critica. Un adulto DEVE domandarsi cosa vedono gli occhi di un bambino, come filtrano ciò che vedono, come lo assimilano e soprattutto che significato gli danno. Perché dobbiamo confondere sempre i livelli e fare di tutta l’erba un fascio?

I bambini imparano osservando e modellano le azioni che vengono messe in pratica dagli adulti, apprendono da ciò che vedono, soprattutto se gli stimoli sono continuativi o molto intensi, se attivano una reazione emotiva. L’imitazione è di per sé una forma di apprendimento ed è normale che un bambino riproduca ciò che vede e che lo inserisca nel gioco. Ma il limite dov’è?

Questi bambini non giocano, non fanno finta, non simulano; agiscono, picchiano davvero, fanno del male intenzionalmente, non fanno finta di giocare a Squid Game, GIOCANO a Squid Game. Dove c’è violenza non ci può essere divertimento, dove c’è gioco non ci può essere l’aggredire e il far male ad un altro bambino.

Un bambino sta ancora imparando la differenza tra finzione e realtà e lo dovrebbe fare attraverso l’aiuto di chi lo affianca nel suo cammino di crescita e stimola le sue risorse mentali.

Un conto è se prendono una pistolina ad acqua e si spruzzano dell’acqua senza farsi del male ma per ridere, un conto è quando si picchiano o si lanciano le pietre per far pagare pegno. Qualcuno dibatterà che, anche con la riproposizione della lotta, c’è il contatto fisico. È vero, però i colpi non sono dati per abbattere l’avversario ma per vincere. Quando si ripropone la lotta, inoltre, in genere si cerca il padre, o il più forte, quello che regge meglio i colpi e al quale non si fa male. E se proprio accade di sbagliare e fare male c’è un riparare perché non c’era intenzionalità.

Il limite non c’è più e poi ci chiediamo cosa scatti nella loro testa quando da adolescenti fanno i selfie in cui rischiano la vita o partecipano alle sfide estreme: nella loro testa l’estremo è normale, non è estremo.

Noi non possiamo analizzare un singolo stimolo e parlare di Squid Game fuori dal contesto in cui vivono. Il problema è proprio che queste immagini non creano più reazioni forti in troppi bambini, che sono bombardati da questi contenuti, che sono assuefatti e che c’è una normalizzazione della violenza.

Il problema è che si cede, che vincono a mani basse, che davanti al “lo fanno tutti” gli si dice che lo possono fare anche loro e non si vuole vedere il figlio emarginato perché non fa quello che fanno gli altri.  Perché educare è faticoso, è spesso più facile mettergli uno smartphone in mano e continuare a fare quello che si sta facendo piuttosto che salire sul ring della crescita. Dove c’è un “fai”, c’è anche un’autorizzazione e nella loro testa ciò che è autorizzato è lecito.

Il ruolo dei genitori è controbilanciare tutto questo bombardamento, ma è anche educare. Ogni volta che il genitore cede, perde una preziosa opportunità di insegnargli qualcosa di utile e importante.

Per i più piccoli, l’ambiente virtuale è un ambiente reale, non conoscono un’altra realtà, come la conosciamo noi adulti, che ci permette di mettere in discussione il mondo virtuale e di guardarlo in maniera più critica. Sono immersi in una realtà dove sono sollecitati da un numero impressionante di stimoli, in un’età in cui non hanno ancora sviluppato la capacità di discernere e in cui imparano per apprendimento indiretto, per imitazione. C’è una rimodulazione di questi contenuti, ovviamente rielaborati in funzione del significato che gli attribuiscono. Che tipo di normalità gli stiamo facendo vedere?

Ne abbiamo parlato a Radio 24 nella trasmissione i Padri Eterni con Mattero Bussola e Federico Taddia.

Ecco il link della puntata:

https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/padrieterni/puntata/che-spettacolo-papa-110521-AEJeTnr