Nelle ultime settimane, ogni volta che si affronta il tema della scuola e dei ragazzi, sembra che ci si stia concentrando prettamente su problematiche organizzative e sanitarie, non tenendo conto di cosa rappresenti per loro la scuola e di quanto siano importanti alcuni momenti significativi vissuti al suo interno.
E’ indubbio che sia fondamentale tutelare la salute fisica e dunque adottare tutte le misure di sicurezza e prevenzione, questo non è neppure da mettere in discussione, ma non possiamo focalizzarci solo su questo aspetto. È necessaria una riflessione profonda che tenga conto di ogni elemento in gioco, sarebbe troppo limitante ragionare in termini dicotomici o incentrati prettamente sul “per paura dei contagi tutto è lecito”, perché non è cosi, tutto lascia un segno e dobbiamo trovare la soluzione che impatterà di meno. Nessuno vuole mandare i ragazzi allo ‘sbaraglio’, ma non dobbiamo perdere di vista anche gli aspetti emotivi: la salute psichica deve essere salvaguardata al pari di quella fisica, non può non essere considerata ed essere messa in secondo piano. Se non c’è salute mentale, non c’è neanche salute fisica, ma questo è un concetto che non entra nelle teste di molte persone.
Se si perde un ragazzo non salta solo un sistema individuale, salta anche quello familiare, scolastico e sociale.
L’errore di fondo che stiamo facendo è quello di porre l’accento soprattutto su dove “piazzare” questi ragazzi: “li mettiamo nell’autobus, li togliamo dall’autobus, classe sì, classe no”.
Bambini e ragazzi non sono oggetti da collocare ma risorse su cui investire: se tagliamo quel poco di certo e stabile che avevano, come la scuola, perché la vita dei ragazzi prima del Covid ruotava interamente intorno alla scuola, si creerebbe un vuoto formativo ed educativo in cui si rischia di perdere troppi adolescenti. La dispersione scolastica, infatti, è un problema da non sottovalutare perché può creare un danno a più livelli.
Ragazzi persi significa ragazzi deviati. Gli adolescenti invece devono essere parte integrante del cambiamento, che richiede una nuova forma di adattamento.
Non possiamo continuare a rivolgerci a bambini e ragazzi facendo arrivare loro il messaggio che prima o poi si ritornerà alla normalità e che la condizione che stiamo vivendo sia una condizione di transitorietà, perché altrimenti perderanno la motivazione, non daranno alla scuola il giusto valore e non la seguiranno come dovrebbero.
Questa condizione ha portato a un cambiamento radicale e bisogna prenderne atto.
La scuola prima aveva un compito di formazione strumentale, basato su didattica, voti e programmi, oggi speriamo non diventi solo un discorso punitivo basato sulle regole da seguire. Al contrario, adesso più che mai, bisogna lavorare sugli aspetti emotivi dei ragazzi e prevedere la presenza a scuola di una figura come quella dello psicologo può sicuramente essere un primo passo estremamente importante.
Se da un lato i ragazzi sono felici di essere tornati a scuola, perché lo hanno vissuto come una sorta di ritorno alla normalità, dall’altro lato contestano una difficoltà nell’organizzazione e una confusione generale. Stanno incontrando difficoltà di vario genere: faticano a seguire e a interagire con i loro compagni, perché ci sono classi che sono state divise e sono stati quindi intaccati i gruppi-classe, le relazioni e tutto ciò che era stato costruito nel tempo.
Adolescenti troppo “stressati” dalla didattica digitale
La scuola sta diventando sempre più digitale: video, dirette e webinar sono il nuovo modo di fare formazione e di entrare in relazione con gli altri, compresi i compagni di scuola. Che impatto ha sui…
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Molti di loro, infatti, sono estremamente scontenti perché non possono più avere i loro amici vicini, e questo aspetto rappresentava la parte migliore della scuola, la parte che li stimolava di più. Non vanno a scuola “perché è giusto studiare” o “per il loro futuro”, ma per tutto quello che ruota intorno agli aspetti formativi.
Se noi gli togliamo tutto questo, perdiamo quella parte emotiva dei ragazzi e ciò avrà un impatto a lungo termine non indifferente: molti di loro sostengono che così è “diventato solo una palla andare a scuola”, “non ha senso”.
La frase “non ha senso” è estremamente importante, perché dal loro punto di vista si sentono limitati: “non puoi più fare niente”, “non è più come prima” e la didattica digitale stanca perché bisogna essere molto preparati per poterla fare bene: è necessario cambiare le modalità, avere una buona connessione per tutti, altrimenti diventa più difficile seguire per la maggiore confusione che si può creare, ci sono molte più variabili e questo va a gravare sulla loro psiche.
Inoltre, i ragazzi hanno bisogno che la scuola venga gestita in maniera meno confusionaria, perché stanno già attraversando un periodo di incertezza, confusione e conflittualità.
Se continuiamo a fargli arrivare i messaggi che si tratta di una condizione transitoria e che poi tutto tornerà alla normalità, loro non daranno la giusta importanza a ciò che stanno vivendo, non saranno motivati e non si sentiranno parte integrante di un sistema. Così non gli facciamo capire che è proprio la normalità che è cambiata, perché la scuola del momento non è la loro scuola e quindi non investono. La scuola del momento è anche la scuola probabilmente di tutto l’anno scolastico per cui non mandiamogli messaggi di transitorietà del problema, ma di cambiamento strutturale.
Almeno prima, all’interno di quei contesti in cui non erano presenti dei pilastri solidi a livello familiare, la scuola anche se zoppicante poteva sopperire a queste mancanze e mantenere la sua funzione, oggi il rischio di perdere anche questo è molto alto. Si rischia così di perdere la fiducia nell’adulto che non si è preso cura come avrebbe dovuto e di destabilizzarli e portarli a creare altre relazioni sul web che possono trasformarsi in veri e propri rifugi.
Oltre ai divieti bisogna dare anche soluzione perché il diritto allo studio è anche un diritto alla vita, un diritto all’insegnamento di tutti gli aspetti fondamentali che non sono solo legati alla parte più formativa e che non possiamo perdere perché altrimenti perdiamo i nostri ragazzi.
Abbiamo mai pensato al costo del disagio, della devianza giovanile e della dispersione scolastica?
Abbiamo pensato che un problema di un singolo, di un ragazzo, gravi sull’individuo, sul sistema familiare, scolastico e sociale?
Sono anche questi i costi che dobbiamo calcolare quando prendiamo determinate decisioni, soprattutto quando le prendiamo dall’oggi al domani.
Quanto costa il vandalismo o la delinquenza?
Quanto costa l’abuso di alcol, in termini di interventi anche a lungo termine sulla salute di questi ragazzi e a breve termine sugli incidenti stradali? Per non parlare della droga, dei traffici illeciti di merce rubata e riciclata. Arresti, servizi sociali, comunità per adolescenti da gestire, ma sempre troppo poche per amministrare l’entità del reale problema.
E invece di parlare dell’uso che fanno dei social network, perché non si parla del fatto che la dispersione scolastica è in strettissima associazione con queste problematiche del comportamento e che questi ragazzi che manifestano un malessere interiore non hanno motivazione e voglia di studiare?
I ragazzi disagiati saranno i disoccupati di domani, saranno coloro che rischieranno di riempire le carceri italiane già sufficientemente sature. E non dimentichiamo tutto quel malessere latente di ragazzi che soffrono in silenzio nelle loro camere, che combattono ogni giorno con la depressione, che prendono farmaci, che somatizzano ogni forma di disagio e vivono in ospedale a fare controlli che potrebbero benissimo evitarsi, se ci fosse un po’ di formazione. La quasi totale assenza di educazione sessuale, che porta questi adolescenti a ricercare attraverso la rete le informazioni ovviamente non filtrate e che rischiano di contrarre per ignoranza malattie veneree, virus, come l’HIV e HPV, sempre più diffusi anche in tenera età, aborti e quant’altro. Per non parlare di coloro che si nascono nella rete, che fanno danni memorabili dietro falsi profili e falsi nomi, clonando carte di credito e frodando i sistemi informatici.
Questi sono solo dei piccoli esempi.
Per non dimenticarci che ci abituiamo a tutto e che non vorrei che si abituassero a non avere più l’istinto della vicinanza e del contatto con l’altro, che tutto questo diventasse “normale” perché graverebbe sulla parte emotiva che avrebbe una valenza secondaria. Se ragioniamo anche sul comportamento di noi adulti, possiamo rilevare che stiamo perdendo un po’ della nostra umanità, non sentiamo più il bisogno di stringere la mano, di toccare l’altro oppure lo sentiamo meno di prima, e questo rimarrà, non andrà via anche quando lo potremmo nuovamente fare. C’è distanza non distanziamento, è questo è un problema, perché c’è anche più tensione e nervosismo e gli altri sono visti sempre meno come “amici” (se non in rete). Non vorrei che questa diventasse la modalità relazionale prevalente dei nostri ragazzi.
Non serve attaccarsi, serve capire per vedere anche a lungo termine. Oggi smuovi una pedina, domani raccogli i frutti.
di Maura Manca


