Tante volte essere figlio adolescente comporta una gran dose di pazienza e, perché no, anche di coraggio. Perché ci vuole coraggio a confrontarsi con un genitore che predica bene e razzola male, che tenta di mantenersi giovane facendo il ragazzino e che vuole a tutti i costi essere amico, dunque, confidente.
Si tratta di una confidenza che maschera una più intima esigenza di controllo, atta a placare quella paura che matura quando si vede un figlio crescere.
Quel genitore però poco intuitivo perché “non ci arriva” (ma, spesso, non ci vuole arrivare) che ci sono nella vita di ogni ragazzo o ragazza cose riferibili all’amico del cuore. Quello che, magari, poi tradisce e le racconta in giro, perché così insegna “la scuola della vita” quando ti mette davanti quei 3/4 testi essenziali, sapienziali dai titoli scontati come: AMICIZIA e AMORE.
Letture non consigliate ma obbligatorie perché altamente formative. Che arrivano ai nostri figli come libri usati, con le pagine consunte perché anche noi li abbiamo sfogliati, letti e dimenticati, riposti nel cassetto della nostra memoria.
<< TU NON MI CAPISCI !>> … Una breve frase lapidaria; urlata e tramandata come un tormentone ciclico generazionale e che la dice tutta nella ricerca di quella ricetta giusta per “fare” il genitore perfetto.
Ma cosa è cambiato rispetto a quando eravamo noi adolescenti?
Nella forma, tutto.
Ma consoliamoci perché anche per i genitori di noi genitori in crisi, è stata la stessa cosa.
Oggi, l’insidia ha potuto cambiare nome, assumere una dimensione e proporzione differente ma l’effetto che produce a livello percettivo-emozionale mantiene lo stesso impatto dannoso e distruttivo.
Noi “genitori moderni” abbiamo, anzi, uno straordinario strumento di controllo che ci tranquillizza in ogni mentre e in ogni dove quando i nostri ragazzi stanno fuori casa: il cellulare.
Così, tante volte, ci accontentiamo solo di sentirlo squillare perché, magari, gli è stata levata un’imbarazzante suoneria che altrimenti rovinerebbe momenti ritagliati in quel micro mondo essenziale che i nostri figli stanno costruendo con il loro gruppo amicale.
Un gruppo che è improvvisamente diventato la loro nuova e prima famiglia.
Del resto basta entrare nei loro profili social e scoprire che i loro legami parentali non sono quelli annotati negli uffici dell’anagrafe comunale.
Leggiamo i loro post e ci basta poco per scoprire che parlano una lingua diversa, un codice nuovo.
Forse dovremmo smetterla di ostinarci a parlare la loro stessa lingua. In fondo, l’importante è capirla.
Forse dovremmo smetterla di pretendere la condivisione dei loro momenti di libertà anche perché, tanto, se solo lo volessero, ce la farebbero sotto il naso.
Magari gestendo più profili: uno per fare scemi mamma e papà, l’altro, quello vero, gestito comodamente dal proprio telefonino senza barriere spazio/temporali.
Un po’ come facevano quelle ragazzine di un tempo che uscivano con il cambio nella borsa per trasformarsi negli ascensori o nei bagni.
Forse bisognerebbe bilanciare le nostre paure con le nostre certezze; essere un punto di riferimento e un valido esempio di ciò che siamo.
Ma non basta educare preventivamente al rispetto delle libertà personali col solo limite delle libertà altrui, alla consapevolezza del concetto di privacy e a informare sui rischi possibili cui si potrebbe incorrere.
Bisognerebbe insegnare anche a pretendere e difendere i propri spazi, a dire no dinanzi alle ingiustizie anche a costo di peccare di eleganza.
Perché il conflitto, almeno quel sano conflitto strutturale, volto a definire i giusti confini nelle relazioni interpersonali, diventa un atto necessario.
Comunque, pure oggi, a distanza di quasi 4 anni dalla tragedia consumata, resto saldamente convinta nella mia posizione che vede nella PREVENZIONE una sana politica d’intervento.
Una politica possibile solo facendo SISTEMA con tutte le parti interessate.
Bisogna uscire dalla dicotomia scuola/famiglia per rilevare responsabilità la cui individuazione non ripaga ai fini del soddisfacimento di un torto subito.
Quello che restituisce concretamente il maltolto è vedere maturata una consapevolezza della condotta tenuta.
E questo diventa possibile solo se si insegna a contestualizzare anche il pensiero.
A farlo uscire dalla propria testa, dandogli voce.
In tal senso, ad es., la tecnica del “parlare da soli” può rivelarsi efficace perché lo stesso pensiero smette di essere astratto e diventa suono. Udendolo s’impara a collegarlo ad un’emozione che viene distinta da un’altra apparentemente simile.
Gli adolescenti, in questo peculiare momento della loro vita, vivono in modo convulso le loro percezioni emotive, confondendo, tante volte, uno stato d’ansia con la paura, un sentimento d’amore con un ossessione vera e propria.
È importante che riconoscano adeguatamente le loro emozioni perché possano poi gestirle nel migliore modo possibile.
Ma non vanno educati all’empatia e basta, perché l’empatico sostanzialmente è un ingenuo.
Andranno impartite loro, dunque, anche tecniche di resilienza di modo che possano sviluppare capacità proprie di conversione delle negatività in genere.
È questo che, al debole, farà accrescere la propria capacità di autostima.
È questo che, a chi sta dall’altra parte, darà contezza dell’errore fatto, per aiutarlo a migliorare se stesso e il rapporto con l’altro.
È questo che rimette nella società un soggetto consapevole delle sue azioni.
Inoltre, la giustizia riparativa, che ha un’efficacia limitata al DOPO, paradossalmente finisce con il ridare CENTRALITÀ alla parte negativa del conflitto che vive, di riflesso, una condizione di EVIDENZIAZIONE sia pure in negativo.
Ma nel bilanciamento dei due pesi, siccome vediamo le cose per come le percepiamo, tutto ciò accompagnerà il rischio di restituire alla società un individuo che avrà consolidato una errata percezione di sé.
Personalmente sono per l’introduzione della MEDIAZIONE, come momento formativo, nelle scuole di ogni ordine e grado. In modo puntuale, ripetuto, ordinato e sorvegliato senza lasciare spazio alle autonomie. Perché l’educazione all’intelligenza emotiva non può essere rimessa alle sole sensibilità attente e giuste.
Contribuire a rendere il mondo migliore è quel progetto che, un genitore sopravvissuto come me, vuole, nel suo piccolo, realizzare. Magari dando spazio alla propria voce.
E quando si getta un semino e si raccoglie una pianta vuol dire che qualcosa si è fatto.
La speranza del cambiamento, quella sola, la lascio agli incapaci.
di Teresa Manes,
Presidente A.I.PRE.B.- Associazione Italiana Prevenzione Bullismo




