Quando si deve fare il superiore interesse del minore, a volte ci sono decisioni difficili da prendere: non si parla solo di aspetti giuridici, ma anche psicologici e neuroscientifici. Va considerato simultaneamente lo sviluppo cognitivo ed emotivo del minore, la continuità degli attaccamenti significativi, il diritto alla relazione con le figure genitoriali, la protezione da potenziali traumi e situazioni che possono minare la stabilità.
Non solo dal punto di vista fisico, ma anche psichico: bisogna guardare la qualità delle relazioni e la presenza. Spesso ci si trova davanti alla contrapposizione tra la ricerca della felicità degli adulti, le responsabilità genitoriali e l’emotività dei figli.
La cosa fondamentale è che in tutto questo, quando si parla di amore, non c’è un prima e un dopo. Perché quando si fanno le cose per amore viene meno anche il concetto di sacrificio. Nel momento in cui un genitore insegna a un figlio ad annullarsi per se stesso e per vivere in funzione dell’altro, gli sta insegnando questo come una condizione giusta.
Indubbiamente, curare i loro interessi primari è fondamentale, ma lo è anche insegnargli a prendersi cura di se stessi, perché ciò significa insegnargli come amare, come amarsi, come entrare in relazione, anche attraverso i comportamenti con se stessi. Essere vicini non significa essere amici, non si deve mai confondere la vicinanza e la permissività con l’amore.
Una delle cose più importanti è che i ragazzi hanno bisogno di essere visti, di essere ascoltati, di essere riconosciuti nel loro stato, perché provano delle emozioni vere, delle emozioni intense, reali e autentiche. Anche se la capacità di valutazione delle conseguenze a lungo termine è parziale, loro in quel momento vivono quella condizione come reale.
Quindi il genitore, che ha uno sviluppo e una maturità diversa, deve poter essere in grado di cogliere anche tutti questi aspetti. Non si può pretendere che loro da soli comprendano, capiscano, assumano delle responsabilità. Anche l’imposizione, spesso, non è una condizione che crea vicinanza, anzi: tante volte i ragazzi ì rischiano di staccarsi e di voler andare a vivere in ambienti che in quel momento, per loro, sono più protetti, semplicemente perché sono più collusivi. A volte, il cervello adolescente, sotto stress, interpreta la pressione del genitore che agisce per il suo bene come minaccia, e questa minaccia produce la condizione di distanza.
Lo spazio relazionale tra un genitore e un figlio non può diventare un campo di battaglia: anche quando si ha ragione, è fondamentale che chi è più maturo, chi è più intelligente, chi ha più strumenti, li usi e li metta in campo, perché gli adolescenti non hanno ancora un’autonomia decisionale, dal punto di vista neurobiologico, sviluppata. Tante volte, quindi, bisogna fare dei passi indietro e trovare i canali di comunicazione giusti per portare i figli nella direzione più giusta, agendo per il loro bene, ben sapendo che tante volte non comprenderanno subito il senso di quelle decisioni.
È necessario lavorare sul come dirlo, e quindi sulla linguistica. È necessario usare un linguaggio strategico in modo intelligente: aiuta sicuramente tanto, li permette di entrare nel loro cervello e capire come leggono e interpretano il mondo e le loro relazioni, e il fatto che vivono tutto come unico e irripetibile.
Nel corso della puntata di Forum del 25 marzo, è intervenuta anche Maura Manca, affrontando questi temi.
Link alla puntata completa:
https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/forum/mercoledi-25-marzo-canale-5_F313929801013101


