Continuiamo a commentare notizie di accoltellamenti tra coetanei o nei confronti, a scuola, di insegnanti. Sono tutti casi segnalati, che ci fanno vedere quanto il tempismo sia fondamentale, perché nel momento in cui non si interviene subito, passa troppo tempo o gli interventi sono inefficaci, tutto ciò va a rinforzare i comportamenti di questi ragazzi, che non trovano un argine.
Questi comportamenti sono dei sintomi che ci evidenziano quanto il valore della vita umana stia letteralmente cambiando. C’è sempre più bisogno di una validazione social, perché questi ragazzi ci sono nati e cresciuti, è il loro canale comunicativo, di interazione e fa parte della loro identità.
Quando arriviamo a questi gesti vediamo un fallimento della rete di protezione, di educazione sociale: da un lato, ci sono tanti segnali visti tardi, dall’altro essi non vengono contenuti e arginati.
In parte, è un discorso legato alla gestione della frustrazione e degli stati interni, che è quasi completamente nulla. Ogni cosa, ogni condizione viene letta come un affronto, e non si sa più come interpretare i segnali all’interno della relazione. Difficilmente si sa gestire il confronto con l’altro. Se determinate condizioni vengono lette come attacco, come pericolo, emerge la necessità di difendersi, di difendere il proprio onore, la propria immagine e di giustificare le proprie azioni e superare i confini con più facilità. Quei confini sono troppo labili: quello spazio di gestione, il tempo di un’attesa, il tempo di un’elaborazione, il tempo di uno smaltimento delle emozioni non c’è più.
Oggi manca anche in tanti ragazzi la dimensione mentale, a volte, dell’irreversibilità delle loro azioni. Assistiamo sempre più ad una patologia delle relazioni, dove non c’è più quel contatto e c’è solo un agire personale in funzione dei propri stati interni.
Cosa fa scattare nel loro cervello questo gesto? Sicuramente a volte anche l’essere visti porta ad avere delle gratificazioni. A questi ragazzi manca quel contatto che insegna a stare nella relazione, che li porta a processare le informazioni in modo diverso, senza leggerle come segnali di attacco. Bisogna allenare la corteccia prefrontale alla pianificazione a lungo termine, all’attesa e alle gratificazioni più lente, e portare i ragazzi a un ragionamento morale. Non tramite le punizioni, ma proprio con questa riprogrammazione, perché senza questa condizione non si può generare un vero cambiamento.
In tanti casi non possiamo contare solo sulla famiglia: capisco che sia la prima chiamata in causa, però tante volte anche i genitori stessi non hanno questi strumenti. Quindi, dobbiamo essere i primi a smetterla di puntare il dito e capire come dare strumenti efficaci, non solo parole e iniziare a usare in modo pertinente quelli che abbiamo per arginare il maggior numero di fattori predisponenti possibili, senza stare a dire quello che dovrebbe o potrebbe essere, perché con il dovrebbe e il potrebbe non si risolvono i problemi.
Maura Manca ha approfondito questo argomento a Mattino 5, il 25 marzo.
Link alla puntata, a partire dal minuto 00:26:40
https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/mattinocinque/mercoledi-25-marzo_F314097501013501


