La tragedia che ha colpito la professoressa Chiara Mocchi a Trescore Balneario non è l’esito di un raptus improvviso, ma il punto di caduta di una mente che ha meticolosamente programmato il male. Analizzare il “manifesto” pubblicato sui social dal tredicenne autore dell’aggressione non significa giustificare, ma decodificare: ci troviamo di fronte a un testo che è, al tempo stesso, una prigione cognitiva e un palcoscenico digitale.
Attraverso la lente della psicologia adolescenziale e dell’intelligenza linguistica, le parole di questo ragazzo ci mostrano come il linguaggio non si limiti a descrivere la realtà, ma la costruisca.
Per sopravvivere alla percezione del proprio annientamento, il ragazzo compie un ribaltamento cognitivo estremo, assumendo il linguaggio del dominio: indossa un’uniforme militare, si autodefinisce “superiore” e “soldato”, e inquadra l’omicidio come una “scelta mirata” e una “soluzione perfetta”. Passare dall’estrema impotenza all’onnipotenza assoluta è il meccanismo compensatorio che arma la sua mano.
La scelta di trasmettere l’aggressione in diretta su Telegram e l’uso di una maglietta con la scritta “Vendetta” ci portano nel cuore del vuoto relazionale contemporaneo. Questa non è una comunicazione che cerca ascolto o relazione, ma una performance che esige un pubblico. La maglietta è un’operazione di branding del proprio dolore.
Dobbiamo disinnescare la narrazione tossica, riportando i ragazzi dall’astrazione del web alla concretezza delle relazioni umane. Il vero fallimento non è solo di una scuola o di una famiglia, ma di un’intera comunità educante che non sa più ascoltare il rumore di fondo di una generazione che affoga in un vuoto che non è in grado di gestire.
Maura Manca ha approfondito questo argomento a Rai News 24 il 25 marzo
Link dell’intervento, a partire dal minuto 00:04:15


