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Educare non significa riempire una mente, ma toccare un cuore.

Questa frase mette in luce un punto fondamentale: l’educazione non è solo trasmissione di informazioni, nozioni o regole. Non è “riempire” un contenitore vuoto.

Educare, nel senso più autentico, significa:
•⁠ ⁠creare una relazione;
•⁠ ⁠accendere motivazioni interne;
•⁠ ⁠far sentire il bambino visto, capito e accolto;
•⁠ ⁠lasciare un’impronta emotiva positiva che lo accompagnerà nella vita.

Quando “tocchi un cuore”, infatti:
•⁠ ⁠il bambino si sente al sicuro e può imparare meglio;
•⁠ ⁠la sua autostima cresce;
•⁠ ⁠nasce il desiderio di migliorare, non per dovere, ma per fiducia;
•⁠ ⁠l’apprendimento diventa significativo, non meccanico.

In altre parole: la conoscenza, da sola, riempie, ma è la relazione che trasforma.

Non basta trasmettere informazioni, regole o nozioni: ciò che davvero resta nel tempo è il modo in cui facciamo sentire i bambini e gli adolescenti.

Quando un educatore, allenatore, insegnante o un genitore “tocca il cuore” di un bambino, crea uno spazio di fiducia in cui l’apprendimento diventa naturale, la curiosità fiorisce e la crescita prende forma. Le emozioni sono il terreno su cui si costruiscono i ricordi, le competenze e l’autostima.

Per questo educare non è riempire, ma accendere.

Non è imporre, ma accompagnare.

 Non è plasmare, ma far emergere ciò che già c’è.

Ogni parola usata bene, ogni ascolto autentico, ogni gesto di cura lasciano un’impronta nel loro cervello che nessun libro può sostituire.
E da quell’impronta che nasce il desiderio di imparare e diventare e quelle basi su cui fondare la costruzione dell’identità.

Chiediamo ai ragazzi di essere emotivamente intelligenti, ma li inseriamo in sistemi che premiano solo l’efficienza.


Le emozioni dovrebbero “muoversi”, non essere represse. Oggi sembra che non ci sia tempo per imparare a so-stare (saper stare e fermarsi) dentro le emozioni.


Come se questo fosse secondario rispetto all’inculcare una quantità impressionante di “devi” e “non devi”. Diciamo che non sono in grado di relazionarsi, quando sono gli adulti per primi a non avere il tempo di farlo con loro, di vivere quel legame di fondo e so-stare insieme.

Se non gli insegniamo a vivere nelle relazioni non sapranno come gestirle. Imparano come fare attraverso la relazione con noi adulti. Così si creano quei pattern relazionali sui quali baseranno le loro relazioni future.

Se l’impronta è l’ascolto, impareranno l’empatia.
Se l’impronta è l’urgenza, impareranno l’ansia.
Se l’impronta è una “check-list” di compiti fatti, regole rispettate e obiettivi raggiunti, saranno vittime della performance.

Educa per accendere, non per riempire.

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di Maura Manca

*La foto di copertina è stata generata con l’uso di intelligenza artificiale