Chiunque abbia frequentato lo spogliatoio di una palestra e abbia vissuto le dinamiche di una squadra sportiva, sa bene che in queste situazioni ci sono riti e consuetudini che solo chi le vive può comprenderle.
Lo spogliatoio per i ragazzi rappresenta una realtà a se stante, in cui si può staccare completamente la spina sia dagli allenamenti che dalle partite. E’ uno spazio di sfogo che sentono loro, all’interno del quale muoversi ed esprimersi più liberamente, proprio perché gli allenatori di rado entrano a farne parte. Essendo un luogo senza la supervisione degli adulti, è fondamentale che vengano interiorizzate e messe in atto una serie di regole che non mettano in pericolo loro stessi, che portino rispetto per l’ambiente in cui si trovano e che gli permettano di vivere le varie esperienze in autonomia, senza un controllo costante.
Inevitabilmente, quando sono da soli, il gruppo e l’effetto contagio possono alimentare con più facilità alcuni comportamenti rischiosi e avere importanti conseguenze, soprattutto in relazione all’età dei ragazzi. Per tale ragione, il ruolo dell’allenatore è fondamentale perché a lui sono affidate la tutela e la crescita umana e sportiva dei ragazzi, anche da un punto di vista psicologico e delle relazioni che si instaurano tra compagni di squadra.
Il momento della doccia, solitamente, avviene in un clima goliardico in cui si scherza, si fanno battute, ci si tira qualche sberla, si lanciano le cose, si urla e si schiamazza e fin qui nulla di strano. A volte, però, in questa atmosfera ludica possono succedere situazioni spiacevoli. Un’esperienza molto significativa, infatti, ci è stata riportata da un allenatore di una squadra di basket di preadolescenti, nella fascia d’età compresa tra i 13 e i 14 anni, in cui ci racconta un episodio avvenuto all’interno dello spogliatoio.
“Erano tutti sotto le docce e un gruppetto della squadra non era ancora entrato e aveva in mano lo smartphone. Per scherzo sono state scattate alcune fotografie ad un compagno, che ovviamente era senza vestiti e non aveva autorizzato minimamente questo tipo di gioco. Da qui sono seguite alcune battutine e risatine, del tipo“ora la mandiamo in giro nei vari gruppi WhatsApp” che ha scaturito una reazione piuttosto aggressiva da parte della vittima, che si è scagliato fisicamente addosso a loro e a quel punto, gli altri compagni di squadra, sono intervenuti per separarli”.
L’allenatore, conoscendo bene le caratteristiche caratteriali di ciascuno di loro, quindi anche del ragazzo in questione, si è insospettito all’uscita dello spogliatoio, perché era piuttosto scosso e giù di morale, e dietro ad una simile reazione doveva nascondersi ben altro. Inizialmente, alla domanda “Cosa è successo?” aveva risposto a denti stretti “Niente, non è successo nulla”. Ma sono bastati pochi minuti per farlo sciogliere e far si che raccontasse l’accaduto, in quanto si è sentito parte di un contesto accogliente e non giudicante.
Ovviamente, in questi casi non si deve fare finta di niente e non si deve nascondere la testa sotto la sabbia ma creare un momento di dialogo e di confronto costruttivo con i ragazzi, dove vengono spiegati i rischi e le conseguenze di determinate azioni.
Gli adolescenti molte volte agiscono con superficialità e non sono consapevoli delle conseguenze dei loro comportamenti, mentre devono capire che su alcune cose importanti non si può assolutamente scherzare, soprattutto quando si tratta di strumenti tecnologici, facendo riferimento anche ad alcuni casi recenti di cronaca, per fargli vedere concretamente come una presa in giro possa degenerare e trasformarsi in tragedia.
In questo specifico caso, “i colpevoli” hanno compreso la gravità di quello che avevano fatto, hanno cancellato definitivamente le fotografie che avevano sul cellulare e la situazione è rientrata senza che le immagini fossero condivise sulle chat e sui vari social network.
Purtroppo non è facile definire il confine tra goliardia e bullismo, perché è un limite che si sposta avanti e in indietro, anche in funzione del ragazzo che viene coinvolto, della sua sensibilità e della sua maturazione.
Agire per tempo in questi casi è fondamentale! La sensibilità e le spiccate capacità osservative degli allenatori hanno permesso di intervenire con fermezza per riportare ordine e guidare nella giusta direzione le dinamiche del gruppo, nella tutela di tutti. Tale situazione, se non fosse stata bloccata sul nascere avrebbe potuto avere ripercussioni molto negative sulla vittima.
Su cosa è importante lavorare con i ragazzi?
In un’età così delicata è fondamentale, dunque, lavorare sulle regole e sul rispetto di loro stessi, dei compagni e degli avversari. Essendo un gioco di squadra se non hai rispetto e non sviluppi l’empatia, ovvero la capacità di metterti nei panni dell’altro, non puoi stare in campo. Per tale ragione è basilare, prima di insegnare la tecnica e le strategie di gioco, fare gruppo e creare sintonia e unione tra i vari componenti. Quando si interviene o succede qualcosa, non bisogna agire in maniera impulsiva e aggredendo verbalmente i ragazzi, ma mantenendo la calma e instaurando un dialogo aperto con loro, in modo tale che nei momenti di difficoltà, siano loro stessi a chiedere aiuto e parlare con l’allenatore. Inoltre quando si notano alcuni segnali insoliti, come ad esempio reazioni emotive eccessive oppure isolamento di alcuni compagni o semplicemente si respira un certa tensione, bisogna sempre capire quale sia la motivazione sottostante, per non fargli vivere negativamente l’esperienza sportiva e il divertimento che dovrebbe sempre essere una costante.
“Se tu riesci a coinvolgere i ragazzi con autorevolezza e a lavorare sulla loro testa hai già fatto metà del lavoro, perché instauri un clima di fiducia, ti considerano come un punto di riferimento, si impegnano maggiormente nel raggiungimento degli obiettivi e rispettano il tuo ruolo di allenatore”


