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La pandemia sembra avere svuotato di significato la vita di molti giovani. Anche giovanissimi. Soffrono e si isolano dal mondo reale. Trovano sollievo facendosi intenzionalmente male. In casi estremi, oggi non così rari come si sperava, decidono di farla finita.

Sono mesi che gli specialisti lo dicono: i bambini e i ragazzi stanno soffrendo talmente tanto da pensare di togliersi la vita. Il fenomeno è diventato più evidente nella seconda ondata, quando ha iniziato a diventare chiaro che l’emergenza Covid-19 non sarebbe finita così presto. Per farsi un’idea delle dimensioni drammatiche del problema basta guardare al numero degli accessi al pronto soccorso e il numero dei ricoveri registrati dall’ospedale Bambino Gesù di Roma: da ottobre si segnala un aumento del 30% di ingressi per attività autolesionistiche, compresi i tentati suicidi.

“Il dramma è che l’età dei giovani che tentano il suicidio si sta abbassando drasticamente”, riferisce Maura Manca, psicoterapeuta dell’età evolutiva e presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza. “Già prima della pandemia il suicidio rappresentava la seconda causa di morte tra i giovani, dopo le chiusure a causa della pandemia la situazione è decisamente peggiorata”.

Non è stata solo la paura del contagio della malattia, ma è la quotidianità “chiusa” ad avere portato a gesti estremi.


Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? In che modo comunicano il loro disagio? A cosa devono fare attenzione i genitori?

L’intervista a Maura Manca, nell’articolo di Valentina Arcovio, è stata pubblicata sul Messaggero del 19 maggio 2021.

Messaggero 19 maggio

E’ possibile leggerlo anche nella versione online cliccando sul link:

Covid, tentati suicidi in crescita tra i ragazzi del 30%: il 90% dei casi tra i 12 e i 18 anni è per autolesionismo (ilmessaggero.it)