Il suicidio è la seconda causa di morte tra i ragazzi dai 15 ai 19 anni. L’età si sta abbassando e i tassi aumentano, non solo del suicidio ma anche dell’ideazione suicidaria, dei tentativi di suicidio, della depressione infantile e adolescenziale.
Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Il 24% degli adolescenti ha invece pensato almeno una volta a un gesto estremo.
Si fa veramente poco e niente in questo Paese dalle mille parole e dai pochi fatti.
I genitori non sono supportati, le scuole non fanno prevenzione, le istituzioni se ne fregano e i ragazzi non sono aiutati e continuano a soffrire e morire.
Ci sono tanti ragazzi che sono morti dentro, che si nascondono dietro un’apparente normalità.
Oggi, 10 settembre 2019, è la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio e la dott.ssa Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza ne ha parlato sul Tempo,in un’intervista di Mary Tagliazzucchi.
I dati dell’Osservatorio mondiale della sanità parlano di un fenomeno in netta crescita. È così?
“Sono dati sconfortanti e dolorosi. Quando un ragazzino, un adolescente si suicida è segno che dietro c’è davvero una condizione di estrema malessere. E, anche se i tassi del suicidio fra i giovani, sono stati sempre molto alti, è indubbio che il fenomeno sia in considerevole aumento”.
Cosa spinge questi ragazzi a togliersi la vita?
“Possono essere diversi fattori uniti tra loro. Il suicidio è infatti l’apice di un percorso di sofferenza, di tante delusioni accumulate e di molte cose non dette”.
Le famiglie sono poco attente ai segnali che possono preannunciare la tragedia?
“Assolutamente no. È molto difficile capire quando un adolescente ha intenzione di suicidarsi. Quando un giovane è davvero deciso di togliersi la vita infatti tende a “mimetizzarsi” ancora di più. Al contrario invece chi manifesta ed esplicita più volte il gesto suicida in realtà non lo farà mai”.
Cosa consiglia allora?
“Imparare a conoscere davvero i propri figli attraverso il loro modo di essere quotidiano. Osservare come si vestono, parlano e pensano. Perché quasi mai i ragazzi verbalizzano il loro malessere o dolore se non in cambi repentini di abitudini che possono essere l’allarme di qualcosa che non va. Bisogna andare oltre le frasi scontate dei ragazzi come: ‘Va tutto bene. Non è successo niente’. Perché in molti casi invece nascondono dentro di loro un macigno di dolore inespresso che si trascinano nel tempo”.
Le istituzioni sono al passo con il fenomeno?
“Non si fa abbastanza prevenzione sul suicidio. E’ ancora un argomento tabù. C’è il terrore di trattarlo dentro le scuole perché credono – in maniera completamente errata – che parlarne istighi i ragazzi a farlo. Bisogna dare a questi giovani e ai loro genitori gli strumenti giusti. Per cercare di ridimensionare questo fenomeno è necessario infatti ‘guardarlo’ dritto in faccia”.



