Bambini e adolescenti nuotano in mare ricco di stereotipi di genere, di paure e di limitazioni che vanno solo a rinforzare i ruoli. A parole gli vengono raccontate tante belle verità, ma a fatti, però, gli si fa capire spesso il contrario.
Perché una ragazza o un ragazzo, anche giovanissimi, scambiano la possessività come segno d’amore? Perché crediamo ancora al “troppo amore”? Perché “in amore” si perdonano troppi comportamenti e si concedono troppe parole?
La violenza è un seme che germoglia piano piano, che si radica all’interno della personalità, delle modalità di relazionarsi, di pensare e di agire. Ci riempiamo la bocca di belle parole, tra cui prevenzione ma, se vogliamo veramente prevenirla e contrastarla, dobbiamo impedire che attecchisca e diventi una condizione “normale” e accettabile.
Il problema vero, che tocco con mano fin da quando sono molto piccoli, è che i bambini nuotano in mare ricco di stereotipi di genere, di paure e di limitazioni che vanno solo a rinforzare i ruoli. In ogni forma di violenza ci sono dei ruoli ben definiti: abbiamo chi subisce, chi è carnefice e chi guarda, sa e non agisce.
A parole si raccontano tante belle verità ai bambini e agli adolescenti, a fatti, però, gli si fa capire spesso il contrario. Questa incoerenza tra parole e comportamenti genera molta confusione. Perché una ragazza o un ragazzo, anche giovanissimi, scambiano la possessività come segno d’amore? Perché crediamo ancora al “troppo amore”? Perché “in amore” si perdonano troppi comportamenti e si concedono troppe parole?
Se rispondessimo in maniera onesta a queste domande, forse, si aprirebbe un mondo, quel mondo che spiana la strada alla violenza di genere.
Violenza è una parola che ci spaventa, la associamo erroneamente a comportamenti estremi, all’omicidio, alla violenza fisica, senza capire che la violenza è anche verbale e psicologica e ha gli stessi identici effetti di quella fisica, sia a breve termine che a lungo termine. Tutto ciò che è imposto, che è forzato, che non è ciò che vogliamo, è violenza.
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