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Le immagini dei missili intercettati nei cieli di Dubai hanno riattivato in molte famiglie uno stato di allerta profonda. Anche quando il conflitto non ci tocca direttamente, la percezione di vicinanza, geografica, culturale, economica, rende tutto emotivamente più intenso.

Non è solo informazione. È esperienza emotiva condivisa.

Dopo anni segnati da una sensazione diffusa di instabilità globale, ogni nuova notizia di guerra sembra sommarsi alle precedenti, alimentando paura, disorientamento e un senso di imprevedibilità che mette a dura prova adulti e ragazzi.


Perché l’impatto sugli adolescenti è così forte?

Gli adolescenti non sono spettatori passivi. Leggono, si informano, scorrono video sui social: vogliono capire perché accade una guerra, chi decide, cosa potrebbe succedere dopo.

Ma dietro la richiesta di spiegazioni spesso si nasconde altro:

• il bisogno di ridurre l’angoscia

• il tentativo di contenere il senso di impotenza

• la paura che “possa succedere anche qui”

• la domanda silenziosa: “Siamo al sicuro?”

Quando un conflitto appare vicino o coinvolge luoghi percepiti come stabili e sicuri, si incrina l’idea che il mondo sia prevedibile. E per un adolescente, che sta già attraversando una fase di trasformazione interna intensa, questa instabilità esterna può amplificare l’ansia.


Servono le “parole giuste” e anche una relazione autentica.

Di fronte a eventi come l’impatto di missili su Dubai, molti adulti si chiedono: Cosa devo dire? Come glielo spiego?

La domanda è comprensibile, ma rischia di spostare il focus sul contenuto invece che sulla relazione.

Non esiste una formula valida per tutti. Ogni ragazzo è diverso per sensibilità, storia personale, modo di elaborare le emozioni. C’è chi è molto preoccupato e chi sembra indifferente; chi fa mille domande e chi si chiude nel silenzio.

Il punto centrale non è costruire una mini-lezione di geopolitica, né affrontare l’argomento come un dovere morale (“Adesso dobbiamo parlarne”). Il punto è aprire uno spazio di dialogo autentico.

“Tu cosa ne pensi?”

“Ti fa paura questa situazione?”

“Che idea ti sei fatto?”

E poi, soprattutto, ascoltare.

Spesso diciamo di ascoltare i ragazzi, ma fatichiamo davvero a tollerare ciò che esprimono: opinioni diverse dalle nostre, paure che ci mettono a disagio, rabbia verso il mondo adulto. Se un figlio chiede: “Può scoppiare una terza guerra mondiale?”, la tentazione è fornire una risposta rassicurante e definitiva.

Ma non sempre l’autenticità coincide con la rassicurazione assoluta.

Dire: “Non ho tutte le risposte. Anche io mi sento incerto, ma possiamo affrontare insieme quello che accade” è molto più contenitivo di una sicurezza artificiale.


Il tema del controllo (e dell’illusione di controllo)

Molti ragazzi vivono un senso di impotenza: non possono fermare una guerra, non possono decidere cosa faranno i governi, non possono prevedere il futuro.

Ma la verità è che nessuno ha il controllo totale. L’idea di una vita perfettamente pianificabile è un’illusione adulta.

Il compito dell’adulto di riferimento non è promettere che “andrà tutto bene” o che “è tutto sotto controllo”, ma aiutare il ragazzo a tollerare l’incertezza. A capire che la vulnerabilità fa parte dell’esperienza umana. A distinguere tra ciò che dipende da noi (informarci in modo equilibrato, prenderci cura della nostra salute, mantenere relazioni solide) e ciò che non dipende da noi.

La sicurezza non nasce dal controllo assoluto, ma dalla qualità della relazione.


Quando gli adolescenti non vogliono parlarne

Dopo un primo momento di forte coinvolgimento, alcuni ragazzi smettono di fare domande. Si chiudono, cambiano argomento, sembrano disinteressati.

Forzarli a parlare non aiuta.

Se un adolescente non vuole affrontare il tema, è importante rispettarlo. Possiamo però mantenere aperta la porta:

“Se ti andrà di parlarne, io ci sono.”

A volte il silenzio non è indifferenza, ma un modo per proteggersi dall’eccesso di emozioni.


Proteggere la salute psico-fisica

Per evitare che l’esposizione continua alle immagini di guerra diventi stress nocivo, è utile:

• limitare il bombardamento di notizie e notifiche

• evitare la visione ripetuta di video crudi o sensazionalistici

• mantenere routine quotidiane prevedibili

• favorire attività corporee che aiutino a scaricare la tensione

• creare momenti familiari di confronto non centrati solo sull’emergenza

La ripetitività delle immagini mantiene attiva l’amigdala, la centralina della paura. La relazione, la routine e la regolazione emotiva dell’adulto aiutano invece il sistema nervoso a tornare in equilibrio.


Come mettere al centro i bisogni dei ragazzi?

Ogni ragazzo ha un bisogno educativo speciale, unico. Non esistono indicazioni valide per tutti: né su quanto parlare di guerra, né su come rassicurare.

Ciò che fa la differenza è la disponibilità a:

• ascoltare davvero

• tollerare opinioni diverse dalle nostre

• accettare la nostra stessa vulnerabilità

• restare presenti senza invadere

Le immagini dei missili su Dubai, come ogni evento bellico che entra nelle nostre case attraverso gli schermi, possono generare paura e tensione. Ma possono anche diventare un’occasione per rafforzare la relazione educativa.

Non possiamo eliminare l’incertezza del mondo.

Possiamo però offrire ai ragazzi qualcosa di molto più potente: una presenza adulta autentica, capace di ascolto, capace di dire “non lo so” senza smettere di esserci.

 

di Chiara Antonini

 

*L’immagine di copertina è stata editata con Canva